Film da vedere 2011, Il discorso del re

 

Film da vedere 2011 – Recensioni

Il discorso del re

Pluripremiato con 4 oscar (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista che Colin Firth ha strameritato in ogni singolo fotogramma, miglior sceneggiatura originale) questo piccolo capolavoro di Hopper è ottimamente costruito rendendo visibile allo spettatore il mondo della millenaria corte inglese con tutte le sue regole, le sue certezze e al contempo dell’umanità che i regnanti, nonostante le tradizioni di diritto naturale, non possono far finta di ignorare. Bene anche Geoffrey Rush e Helena Boham Carter nel ruolo della (futura) regina madre. Un film che al di là della ottima costruzione tecnica, sembra suggerirci una forte morale di fondo, un messaggio traspare ben chiaro: il monito a non arrendersi di fronte anche all’ostacolo più grande e anzi a mettersi sempre più in gioco per migliorarsi giorno dopo giorno

La trama de Il discorso del re

1925: il principe Alberto, duca di York (C. Firth) deve tenere un discorso a Londra presso Wembley. Purtroppo Alberto soffre di una forte balbuzie, così fra imbarazzi, tentennamenti e lunghi silenzi riesce solo arrancando a portare a termine il compito. Venuto a conoscenza dell’esistenza di un bravissimo esperto in problemi del linguaggio, Lionel Logue (G. Rush), il principe decide di risolvere una volta per tutte il suo deficit verbale. Utilizzando regole bizzarre e fuori dagli schemi scientifici ma al contempo rigide, Logue impone una cura non ortodossa ad Alberto, il quale dopo una serie di rifiuti accetta l’aiuto dell’esperto. Il loro rapporto, inizialmente lavorativo, poi sempre più d’amicizia e affetto, sarà fondamentale non solo per Alberto, ma per l’intero Regno Unito. Infatti, dopo l’abdicazione del fratello, Alberto diviene re Giorgio VI d’Inghilterra, e agli albori del secondo conflitto mondiale, proclama un discorso risoluto e fermo che rassicura gli inglesi sulle sorti di una guerra che si prevede sanguinosa oltre ogni limite.

Vivamente consigliato a coloro che amano il silenzio. In quel silenzio “aureo” di Giorgio VI trova il senso di sé, risparmia le chiacchiere inutili, trova la giusta stabilità. Anche questa seconda convinzione giunge allo spettatore.

 Gabriele Scardocci

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