L’Oceano del mio io, intervista alla scrittrice Liliana Arena

Ancora una volta ci chiediamo quale sia il confine tra l’essere sani o “malati mentali”, e chi possa stabilire effettivamente  il varco tra buio e luce.  Ancora una volta ci chiediamo se il linguaggio d’amore di un “pazzo” che aspetta un “angelo legato ad un termosifone” come nella canzone di Cristicchi, sia meno dolce e meno valido del linguaggio d’amore di una persona “normale” .  Noi abbiamo trovato un libro che in tal senso fa riflettere: L’Oceano del mio Io – Aletti Editore,  della scrittrice Liliana Arena, che ha composto quest’opera affinché chi soffre per il fatto di credersi o sentirsi diverso possa riconoscersi nel suo percorso autobiografico e trarne forza .   “Non bisogna arrendersi mai e proseguire il viaggio, perché esiste una via d’uscita ed io l’ho trovata” scrive .

Liliana come nasce L’oceano del mio io?

L’oceano del mio IO  nasce da un viaggio autobiografico nell’Io e  nel suo male di vivere. E’, prima di tutto, catartico, poi diviene consapevolezza di poter essere esperienza di condivisione e forse  stimolo per reagire e combattere il “male oscuro”, quello dell’anima.

“Ognuno ha un proprio linguaggio d’amore,che se non compreso o riconosciuto, porta a sperimentare la sofferenza in tutte le sue forme, fino a prenderne le distanze” . Cosa vuol dire ?

Gary Chapman, psicologo, afferma che noi trascuriamo una verità fondamentale: le persone parlano linguaggi d’amore diversi. Potremmo aggiungere che per ogni lingua esistono tanti dialetti e questo è altrettanto valido per i linguaggi d’amore,  oltre al fatto che essi possono intrecciarsi tra loro. Capire il linguaggio dell’altro non è, però, difficile: basterà osservarlo nel  suo modo di esprimere amore, sarà quello il linguaggio con cui vorrebbe essere amato.

Che cosa significa “La vita in una scatola” ?

La scatola può essere intesa come una prigione, se la inquadriamo nell’ottica della metafora. In questo caso rappresenta il rapporto conflittuale nei confronti di una particolare categoria di farmaci, cioè gli psicofarmaci. Per una persona che soffre di disturbi dell’umore o di atteggiamenti psicotici, la loro assunzione implica l’accettazione di tale sofferenza come una malattia e il conseguente tentativo di guarigione grazie ad essi. Questa guarigione non deve essere però, attribuita solo al farmaco : è fondamentale  un lavoro di ricerca su se stessi, altrimenti il farmaco si rivelerà come una prigione nella prigione. Viene da chiedersi, pensiero che ho espresso in maniera chiara nella poesia “Psicosi”, quale sia la linea di confine tra l’essere sani  o “malati mentali”.  

Antonella  Marchisella

 

 

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