Cuperlo si dimette e Renzi “lo saluta”: sull’Italicum non si tratta


Gianni Cuperlo, deputato del Partito Democratico dal 2006, ultimo segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana e primo della Sinistra Giovanile (1988-1992), si è dimesso dalla carica di Presidente della direzione del partito a seguito dello scontro con il Segretario Renzi riguardo la bozza dell’Italicum.

Circa venti ore fa, sulla pagina Facebook del deputato, è apparsa la lettera di dimissioni inviata a Matteo Renzi.
“Caro Segretario – scrive Cuperlo – dal primo minuto successivo alle primarie ho detto due cose: che quel risultato, così netto nelle sue dimensioni e nel messaggio, andava colto e rispettato, e che da parte mia vi sarebbe stato un atteggiamento leale e collaborativo senza venir meno alla chiarezza di posizioni e principi che, assieme a tante e tanti, abbiamo messo a base della nostra proposta congressuale […]. Nella direzione di ieri sono intervenuto sul merito delle riforme e sul metodo che abbiamo seguito. Ho espresso apprezzamento per l’accelerazione che hai impresso al confronto e condiviso il traguardo di una riforma decisiva per la tenuta del nostro assetto democratico e istituzionale. Non c’era alcun pregiudizio verso il lavoro che hai svolto nei giorni e nelle settimane passate. Lavoro utile e prezioso, non per una parte ma per il Paese tutto. Ho anche manifestato alcuni dubbi – insisto, di merito – sulla proposta di nuova legge elettorale. In particolare gli effetti di una soglia troppo bassa – il 35 per cento – per lo scatto di un premio di maggioranza. Di una soglia troppo alta (l’8 per cento) per le forze non coalizzate e di un limite serio nel non consentire ancora una volta ai cittadini la scelta diretta del loro rappresentante. Dubbi che, per altro, ritrovo autorevolmente illustrati stamane sulle pagine dei principali quotidiani da personalità e studiosi ben più autorevoli di me. Infine ho espresso una valutazione politica sul metodo seguito nella costruzione della proposta e ho chiuso con un richiamo a non considerare la discussione tra noi come una parentesi irrilevante ai fini di un miglioramento delle soluzioni. Nella tua replica ho ascoltato la conferma che le riforme in discussione rappresentano un pacchetto chiuso e dunque – traduce – non emendabile o migliorabile pena l’arresto del processo, almeno nelle modalità che ha assunto. Sino ad un riferimento diretto a me e al fatto che avrei sollevato strumentalmente il tema delle preferenze con tutta la scarsa credibilità di uno che quell’argomento si è ben guardato dal porre all’atto del suo (cioè mio) ingresso alla Camera in un listino bloccato […]. Il punto è che ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale […] e ritengo che non possano funzionare un organismo dirigente e una comunità politica dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato […]. Ieri sera, a fine dei nostri lavori, esponenti della tua maggioranza hanno chiesto le mie dimissioni da presidente per il ‘livore’ che avrei manifestato nel corso del mio intervento. Leggo da un dizionario on line che la definizione del termine corrisponde più o meno a sentimento di invidia e rancore. Ecco, caro Segretario, non è così – scrive Cuperlo –, non nutro alcun sentimento di invidia e tanto meno di rancore. Non ne avrei ragione dal momento che la politica, quando vissuta con passione, ti insegna a misurarti con la forza dei processi. E io questo realismo lo considero un segno della maturità. Non mi dimetto, quindi, per ‘livore’. E neppure per l’assenza di un cenno di solidarietà di fronte alla richiesta di dimissioni avanzata con motivazioni alquanto discutibili. Non mi dimetto neppure per una battuta scivolata via o il gusto gratuito di un’offesa […]. Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero. Mi dimetto perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità. Auguro buon lavoro a te e a tutti noi. Gianni”.


“Mi è dispiaciuto che Gianni si sia dimesso dalla presidenza – ha replicato Renzi -, mi ha attaccato duramente sulle liste bloccate. Gli ho chiesto perché non ha usato questo stesso tono quando è stato inserito nel listino senza passare dalle primarie. Se questo significa le dimissioni, mi dispiace”. Quindi, dimissioni accettate. Renzi va avanti per la sua strada e “rispetta la scelta di Cuperlo” ma all’interno gli animi sono bollenti, surriscaldati. Dalemiani (compreso Cuperlo), Giovani Turchi, bersaniani e fassiniani (le cosiddette minoranze) non sembrano però destare alcun problema alla maggioranza. Si parla, si discute, ma alla fine, come avvenuto durante la direzione, a spuntarla è sempre Renzi (111 sì e 34 astenuti sulla proposta Italicum, ricordiamo).

Il Sindaco di Firenze se ne infischia di Cuperlo e tanto meno dei partitini, se ne infischia anche delle minoranze all’interno del Partito Democratico. Insomma, sullo sbarramento e sul premio non si tratta: “Se riuscite a fare meglio, provateci”. In sostanza: “O la mia riforma o si va a votare” e addio alla Legislatura.


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