Delitto di Garlasco: scoppia il caso dei reperti distrutti dal RIS dopo l’esclusiva del TG1

Le ultime notizie sul delitto di Garlasco: adesso si parla anche dei reperti distrutti dal RIS senza nessuna autorizzazione

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Un nuovo elemento si aggiunge al complesso quadro delle indagini sul delitto di Garlasco. Le provette contenenti il DNA estratto durante gli accertamenti sul caso di Chiara Poggi e conservate al Ris di Parma sarebbero state distrutte nel 2016, ben sei anni prima del via libera ufficiale arrivato dalla Corte d’assise d’appello di Milano.

A disporne lo smaltimento sarebbe stato il tenente colonnello Alberto Marino, lo stesso ufficiale che nel 2007 si era occupato degli accertamenti genetici effettuati nell’ambito delle indagini, comprese le analisi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, oggi tornate al centro dell’attenzione nella nuova inchiesta della Procura di Pavia. La circostanza emerge dalle carte acquisite dai pm guidati da Fabio Napoleone e, in particolare, da una «relazione di servizio» firmata il 3 novembre dal colonnello Matteo Donghi.

Queste le ultime indiscrezioni lanciate dal Tg1 nel corso dell’edizione delle 20 del 5 ottobre 2026 e riprese poi da tutti i giornali.

>>> Il giallo sulla consulenza fatta su Stasi mai autorizzata dal PM

Caso Garlasco, la ricerca dei reperti e la richiesta della difesa di Alberto Stasi

La relazione di Donghi nasce dalla richiesta dell’aggiunto Stefano Civardi di fare chiarezza sulla sorte di alcuni reperti, e degli eventuali «verbali di distruzione», menzionati in una memoria depositata il 28 agosto 2025 dalla difesa di Stasi ma che non erano stati ritrovati. La questione assume particolare rilievo perché nel 2021 il giudice dell’esecuzione aveva comunicato alle parti l’imminente distruzione di una serie di campioni, dopo che la condanna di Stasi era diventata definitiva.

L’avvocata Giada Bocellari si era però opposta, chiedendo anche la restituzione di alcuni oggetti sequestrati all’ex fidanzato di Chiara Poggi, tra cui le biciclette «Umberto Dei da uomo, la bici grigia marca Girardengo e quella nera da donna Holland». Quegli oggetti furono successivamente restituiti, mentre per gli altri reperti venne precisato che «nulla invece può essere disposto in relazione ad ulteriori eventuali corpi di reato ancora esistenti». Ed è proprio la differenza tra queste date e quanto sarebbe accaduto già nel settembre 2016 a rappresentare uno dei punti sui quali adesso si concentra l’attenzione degli inquirenti che 20 anni dopo, indagano ancora per fare chiarezza su quanto successo a Garlasco.

Garlasco le ultime news: il “grattato” dell’impronta 33 e la promessa di conservare gli estratti di DNA

La questione della conservazione dei reperti del delitto di Garlasco era già emersa con la prima chiusura delle indagini dello scorso maggio. La Procura aveva infatti segnalato che la «fialetta originariamente contenente il “grattato”» dell’intonaco relativo all’impronta 33, attribuita dagli investigatori ad Andrea Sempio, «non è stata rinvenuta il 17 giugno 2025 nei reperti provenienti dal Ris di Parma».

Il 9 giugno 2025 Marino aveva inoltre riferito ai pm che «l’intonaco grattato risulta allo stato interamente utilizzato». C’è però un altro documento che oggi acquista particolare importanza: nel verbale del Ris datato 4 settembre 2007, all’inizio degli accertamenti genetici, Marino aveva annotato, d’intesa con i consulenti delle parti, che «comunque verranno conservati tutti gli eluiti della tracce (dna estratto) e messi successivamente a disposizione dell’autorità giudiziaria al termine di tutte le analisi». Proprio quegli eluiti sarebbero invece finiti anni dopo nello smaltimento collettivo ricostruito nelle nuove carte.

Le immagini delle provette nei sacchi e le domande dei pm di Pavia

Nella sua relazione Donghi racconta di avere «effettuato ricerche e approfondimenti al fine di stabilire la data in cui furono collettivamente smaltiti gli estratti del dna» conservati dal Ris. Un passaggio decisivo riguarda quanto riferito dal luogotenente Massimiliano Stabile: «A esplicita richiesta di questo comandante, il 14 ottobre 2025, il luogotenente Massimiliano Stabile riferiva che l’ordine di alienare gli eluiti fu emesso dal tenente colonnello Marino poco dopo l’assunzione del comando della Sezione biologia, avvenuta nel maggio 2016». Una ricostruzione che avrebbe trovato conferma anche nelle dichiarazioni del tenente colonnello Nicola Staiti, che ha parlato di «uno smaltimento collettivo degli eluiti sotto il comando di Marino».

Agli atti sarebbero finite anche alcune immagini: in una «si notano le operazioni propedeutiche allo spegnimento del freezer da parte di personale tecnico il giorno 15 settembre 2016», mentre altre mostrerebbero «le provette contenenti gli eluiti all’interno dei sacchi per lo smaltimento dei rifiuti speciali». È su questo passaggio che adesso la Procura di Pavia vuole fare piena luce: comprendere perché quegli estratti di DNA furono eliminati già nel 2016 e soprattutto accertare se la decisione di procedere alla loro distruzione sia stata presa autonomamente da Marino.

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