Ad Aldo Grasso Filorosso non piace e parla di gomitolo
Aldo Grasso stronca anche il programma di Rai 3 Filorosso e spiega perchè non funziona
In questa bollente estate tutta italiana, Aldo Grasso firma sul Corriere della Sera una delle recensioni più severe dedicate a Filorosso, il talk di Rai 3 condotto da Antonino Monteleone. Un giudizio che non lascia spazio a interpretazioni e che arriva mentre il programma, salvo cambiamenti dell’ultimo momento, dovrebbe tornare anche nella prossima stagione televisiva occupando lo spazio lasciato libero da FarWest, trasmissione che seguirà Salvo Sottile nel suo trasferimento su Rai 2.
Per Grasso, il problema non riguarda soltanto il format o la conduzione, ma la stessa identità editoriale del programma, considerato un esempio di come Rai 3 stia progressivamente abbandonando la propria tradizione per inseguire modelli già visti altrove. Il critico definisce infatti Filorosso “il più evidente innesto di un modulo retequattrista dentro Rai3“, sostenendo che questa scelta finisca per cancellare la storica identità della rete e, di riflesso, anche quella del servizio pubblico.
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Aldo Grasso boccia anche Filorosso
Nel suo articolo, Grasso passa poi ad analizzare il modo in cui il talk affronta il dibattito politico e l’attualità. Secondo il giornalista, è ormai difficile trovare un programma realmente equilibrato e anche Filorosso non sfuggirebbe a questa logica. Come esempio cita la presenza di Carlo Calenda, definito ironicamente “abbronzatissimo” e con una “camicia denim firmata”, trasformato – secondo Grasso – nell’«attore inconsapevole» di un copione già scritto, con l’obiettivo di alimentare lo scontro nei confronti del sindaco di Bologna Matteo Lepore.
Le critiche non risparmiano nemmeno Antonino Monteleone, che viene paragonato ad Andrea Pirlo nella sua breve esperienza da allenatore: un paragone decisamente pungente, accompagnato dall’osservazione che, mentre Pirlo non è stato confermato, il giornalista continua a essere protagonista del programma nonostante quelli che Grasso definisce i suoi precedenti flop. Il critico aggiunge inoltre che Monteleone occuperebbe eccessivamente la scena, relegando la collega Adele Grossi a un ruolo marginale, arrivando persino a chiedersi se non sia proprio lei l’elemento più interessante della trasmissione.
L’ultima parte della recensione si concentra sul modo in cui Filorosso affronta la cronaca giudiziaria. Grasso osserva come molti talk show ripetano spesso il mantra del “lasciare lavorare la magistratura”, salvo poi sostituirsi agli inquirenti attraverso dibattiti, ricostruzioni e processi mediatici. Nel mirino finiscono diversi casi trattati dal programma, dalla morte di Fakir all’assalto dei black bloc a Chiomonte, fino al caso Lavitola.
Il critico sottolinea inoltre quella che definisce una contraddizione nel comportamento di Monteleone, che da un lato esprime solidarietà a Sigfrido Ranucci per le difficoltà vissute, mentre dall’altro attacca duramente Lavitola. Non manca una stoccata anche alla scelta di aprire una puntata con l’ennesimo approfondimento sul delitto di Garlasco e alla presenza televisiva dell’avvocato Antonio De Rensis, ironizzando sulle sue dichiarate diciotto ore quotidiane di lavoro, che – secondo Grasso – dovrebbero comprendere anche le numerose apparizioni in tv.
La conclusione è affidata a una metafora destinata a far discutere: invece di seguire un unico filo narrativo, Filorosso finirebbe per affrontare troppi argomenti senza approfondirne davvero nessuno. «Più che un filo rosso – conclude il critico – finisce per essere un gomitolo».