Scomparsa e dimenticata: il caso Nong Chompoo, quando il sospettato diventa una star e il dolore non fa più notizia
Tra i docu film che vi consigliamo di non perdere su Netflix c'è anche Scomparsa e dimenticata: il caso Nong Chompoo
Quello che è successo in Thailandia, quello che è successo a Nong Chompoo vi lascerà senza parole. Una bambina di tre anni scompare nel nulla. Tre giorni dopo viene ritrovata morta su una montagna, in un luogo che difficilmente avrebbe potuto raggiungere da sola. Dovrebbe essere questa la storia. Dovrebbero esserci lei, la ricerca della verità, il dolore dei suoi genitori e una domanda terribile alla quale dare una risposta: che cosa è successo alla piccola Nong Chompoo?
E invece, guardando Scomparsa e dimenticata: il caso Nong Chompoo, documentario arrivato su Netflix nell’agosto del 2026, ci si rende presto conto che il regista Nontawat Numbenchapol vuole raccontare anche un’altra storia. Quella di un caso di cronaca trasformato progressivamente in spettacolo, fino al punto in cui la vittima sembra quasi scomparire una seconda volta.
Al centro dell’attenzione finisce infatti Chaiphol Wipha, conosciuto in Thailandia come Uncle Phol, lo zio acquisito della bambina. Un uomo coinvolto nell’indagine che, anziché rimanere semplicemente uno dei soggetti sui quali gli investigatori stanno cercando di fare chiarezza, diventa un personaggio televisivo, conquista fan, riceve donazioni, apre un canale YouTube, partecipa a un video musicale e attira intorno a sé un vero fandom.
Il paradosso è sconvolgente: la bambina morta diventa quasi lo sfondo della storia, mentre uno dei principali sospettati ne diventa il protagonista.
>>> Elize-Le ombre di una donna è su Netflix: una storia vera sconvolgente
Chi era Nong Chompoo e che cosa le è successo
Orawan Wongsricha, per tutti Nong Chompoo, aveva appena tre anni quando scomparve l’11 maggio 2020 dal piccolo villaggio di Ban Kok Kork, nella provincia thailandese di Mukdahan. La bambina si trovava a casa e la sua sparizione diede immediatamente il via alle ricerche.
Il suo corpo venne ritrovato tre giorni dopo, il 14 maggio, in una zona montuosa all’interno del Phu Pha Yon National Park, a circa due chilometri dal villaggio. Uno degli elementi destinati a diventare centrali nell’inchiesta fu proprio la difficoltà di immaginare che una bambina di quell’età fosse riuscita a raggiungere da sola il luogo del ritrovamento.
Le indagini furono lunghe e complicate e coinvolsero numerose persone della comunità. Il caso attirò immediatamente l’attenzione dei mezzi d’informazione thailandesi. Ed è proprio qui che la storia di Chompoo comincia a trasformarsi in qualcosa di diverso.
Il caso Nong Chompoo diventa un reality show a cielo aperto
È forse questa la parte più disturbante di Scomparsa e dimenticata: il caso Nong Chompoo.
Telecamere, giornalisti e successivamente creator e YouTuber arrivano nel villaggio. Ogni dettaglio diventa materiale da raccontare. Le televisioni seguono gli spostamenti dei protagonisti, entrano nelle dinamiche familiari, mostrano ciò che accade nelle abitazioni, raccontano chi va a trovare chi. Nella copertura trovano spazio persino sensitivi, sciamani, astrologi e interpretazioni del linguaggio del corpo.
Il confine tra informazione e intrattenimento diventa sempre più sottile.
Una ricostruzione di Thai PBS dedicata proprio alla copertura del caso analizzò due popolari programmi televisivi thailandesi. In una delle serate prese in esame, circa 55 minuti di un programma furono dedicati alla vicenda, con Uncle Phol ormai trasformato nel personaggio principale; un’altra trasmissione dedicò alla storia circa 53 minuti. Non si parlava soltanto delle indagini: si raccontavano la sua casa, le visite ricevute, la sua vita privata e persino le sue possibilità di entrare nel mondo dello spettacolo.
La definizione utilizzata all’epoca da alcuni osservatori fu significativa: una sorta di “reality show virtuale”, costruito intorno a una tragedia reale.
Il caso Nong Chompoo: gli ascolti volano e la cronaca diventa spettacolo
Per comprendere perché tutto questo sia potuto accadere bisogna guardare anche ai numeri. Secondo i dati Nielsen riportati da Thai PBS, nell’agosto 2020 i due programmi di informazione che seguirono massicciamente la vicenda ottennero medie mensili di circa 1,738 milioni e 2,044 milioni di spettatori al minuto. Erano programmi trasmessi nella fascia di prime time, quella commercialmente più importante per le emittenti.
E sui social accadeva qualcosa di ancora più impressionante.
Un’analisi Wisesight relativa ai primi quattro mesi del caso individuò almeno 1.132.182 messaggi social dedicati alle notizie su Uncle Phol, capaci di generare complessivamente più di 39,3 milioni di interazioni tra commenti, like e condivisioni. I video dedicati alla vicenda raggiungevano complessivamente migliaia di ore di contenuti.
A quel punto il meccanismo diventa quasi impossibile da fermare: la televisione alimenta l’interesse dei social, i social dimostrano alle televisioni che il pubblico vuole quella storia e le televisioni producono ancora più contenuti.
E Chompoo? Nong Chompoo rischia di diventare semplicemente il motivo per cui tutto quel gigantesco spettacolo ha avuto inizio.
Uncle Phol: da sospettato a star nazionale
Chaiphol Wipha riesce progressivamente a conquistare una parte dell’opinione pubblica. Nascono gruppi di sostenitori e la sua immagine viene costruita quasi come quella di un uomo perseguitato ingiustamente.
Compare l’hashtag #SaveUnclePhol.
Arrivano donazioni e regali. Alcuni sostenitori contribuiscono economicamente alla sua vita e alla sua casa. Diventa testimonial di prodotti e firma con persone interessate a gestirne la crescente popolarità. Poi arriva YouTube: il canale realizzato con la moglie supera le 350.000 iscrizioni. E c’è persino una collaborazione musicale con la celebre cantante thailandese Jintara Poonlarp; il relativo video accumula milioni di visualizzazioni.
È uno degli aspetti più surreali dell’intera vicenda. Un uomo sul quale gravano interrogativi legati alla morte di una bambina diventa contemporaneamente un personaggio dello spettacolo.
Non si aspetta più soltanto di conoscere l’esito delle indagini. Si vuole sapere che cosa farà Uncle Phol, che cosa dirà, chi incontrerà, come reagirà.
È esattamente la struttura narrativa di un reality show, con una differenza enorme: qui non esistono concorrenti e sceneggiature. Al centro di tutto c’è la morte vera di una bambina di tre anni.
E nel frattempo i genitori di Chompoo finiscono sotto accusa
C’è poi un altro elemento che rende il documentario particolarmente amaro: mentre intorno a Uncle Phol cresce una comunità di sostenitori, la famiglia della vittima viene esposta a un’enorme pressione. Le ipotesi investigative, le dichiarazioni, le contraddizioni reali o presunte vengono discusse pubblicamente. Il villaggio si divide. Anche i familiari vengono osservati e giudicati da un pubblico che, attraverso la televisione e i social, finisce per sentirsi parte dell’indagine.
Si crea così uno dei fenomeni più pericolosi della cronaca trasformata in intrattenimento: il telespettatore non vuole più soltanto essere informato. Vuole investigare, scegliere il proprio colpevole, assolvere qualcuno e condannare qualcun altro.
La presunzione d’innocenza e la prudenza cedono il posto alle tifoserie. E soprattutto si perde il rispetto per chi sta vivendo un lutto.
Il colpo di scena che nessuna televisione avrebbe potuto scrivere
Se questa fosse stata davvero una serie televisiva, il finale sarebbe apparso quasi troppo perfetto per essere credibile. L’uomo trasformato in personaggio, seguito dalle telecamere, sostenuto da migliaia di persone e diventato una piccola celebrità nazionale finisce realmente al centro dell’inchiesta.
Nel giugno 2021 Chaiphol Wipha si consegna alla polizia dopo l’emissione di un mandato d’arresto.
Nel dicembre 2023 arriva una prima sentenza: viene condannato a 20 anni di carcere per reati comprendenti il rapimento della bambina e la condotta che ne aveva provocato la morte, mentre in quella fase non viene riconosciuto colpevole di omicidio intenzionale.
Ma la storia giudiziaria cambia ancora.
Nell’agosto 2025 la Corte d’Appello Regionale 4 arriva a conclusioni più pesanti e riconosce Chaiphol colpevole anche dell’omicidio intenzionale di Nong Chompoo, oltre che del rapimento e dell’abbandono della bambina con conseguenze mortali. La pena complessiva sale a 26 anni di carcere. Sua moglie Somporn Lappho, anche lei coinvolta nel procedimento, viene invece assolta.
Chaiphol continua a proclamarsi innocente e la vicenda giudiziaria non può ancora essere considerata definitivamente conclusa: la difesa ha portato il caso davanti alla Corte Suprema thailandese e l’uomo resta detenuto dopo che gli è stata negata la libertà provvisoria.
Scomparsa e dimenticata parla davvero di Chompoo?
Ed è probabilmente questa la domanda che resta dopo la visione. Scomparsa e dimenticata: il caso Nong Chompoo dura circa 85 minuti ed è diretto da Nontawat Numbenchapol. È un true crime, certamente, ma ridurlo alla ricerca dell’assassino significherebbe perdere la parte più interessante del racconto.
Il documentario parla soprattutto di noi spettatori. Parla del momento in cui una tragedia smette di essere considerata una tragedia e diventa contenuto.
Un caso produce ascolti. Gli ascolti producono pubblicità. Un personaggio produce engagement. L’engagement produce nuovi video. I nuovi video producono follower. E i follower hanno continuamente bisogno di qualcosa di nuovo da vedere.
È una macchina che deve essere alimentata. E quando l’indagine non offre novità sufficientemente interessanti, allora possono diventare notizia una visita, una dichiarazione, una lite, una casa, un sensitivo, una diretta social o la quotidianità di uno dei protagonisti.
Il problema è che dietro quella macchina non ci sono personaggi.
Ci sono persone. Ma la cosa non ci stupisce, basta guardare quello che è successo in Italia in passato ( citiamo ad esempio il caso Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana uccisa per la giustizia italiana, da sua cugina e da sua zia). Pensiamo al presente: 20 anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco fa da padrone in tutti i talk di cronaca e non solo. Nulla che ci stupisca dunque.
Il caso Nong Chompoo e una lezione che riguarda anche noi
Sarebbe troppo facile guardare Scomparsa e dimenticata pensando che racconti semplicemente un’anomalia della televisione thailandese.
Il meccanismo mostrato dal documentario è ormai riconoscibile in moltissimi casi di cronaca. La moltiplicazione dei programmi televisivi, dei podcast, delle dirette, dei canali YouTube e dei contenuti social ha creato una richiesta continua di aggiornamenti. Non basta più raccontare ciò che sappiamo: bisogna produrre ogni giorno qualcosa di nuovo.
Nascono tifoserie. Ci si schiera con un sospettato o contro di lui. Si analizzano espressioni del volto, interviste, fotografie e comportamenti. I protagonisti della cronaca acquistano follower. Alcuni diventano influencer involontari, altri imparano a gestire consapevolmente la propria esposizione.
E il rischio più grande è sempre lo stesso: dimenticare la vittima.
Il titolo scelto da Netflix, Chompoo: Lost & Forgotten, appare allora molto più significativo.
Nong Chompoo è stata prima scomparsa. E poi, in qualche modo, è stata dimenticata.
Non perché nessuno parlasse più del suo caso. Al contrario: se ne parlava continuamente. Ma mentre milioni di persone guardavano programmi, commentavano sui social, sceglievano da che parte stare e seguivano la nuova star del momento, al centro dello spettacolo restava una bambina di tre anni che non avrebbe mai potuto raccontare la propria versione della storia.
Ed è forse questo l’aspetto più sconvolgente dell’intero documentario: si può parlare ogni giorno di una vittima e, nello stesso momento, riuscire comunque a cancellarla dal racconto. Una storia che ci ricorda davvero quello che sta accadendo in Italia con il caso Garlasco, dove la vittima, Chiara Poggi, è purtroppo sullo sfondo di una vicenda che va oltre.