Anziano omicida: eutanasia oppure omicidio?

Ancora un altro caso disperato di omicidio seguito da un tentativo di suicidio. Questa volta è capitato a un anziano di 86 anni spinto da una motivazione che per alcuni può essere considerata nobile: uccidere la moglie perché affetta da una malattia degenerativa.

Ieri, 23 febbraio, è arrivata la condanna a 9 anni e 4 mesi di reclusione per l’uomo che subito dopo avere commesso il crimine ha tentato invano di togliersi la vita tagliandosi le vene. Quello dell’eutanasia è un caso più che mai attuale e che ci chiama costantemente a riflettere sulle possibili implicazioni di ordine etico che ruotano intorno all’argomento. Può un individuo decidere quando porre fine alle sofferenze di un suo simile? È giusto tenere in vita qualcuno che già da tempo è completamente estraneo al mondo che lo circonda o, anche lui ha il diritto di continuare il suo viaggio sulla terra nonostante la malattia lo costringa a cambiare totalmente la sua quotidianità? È ancora fresco il dibattito che si è aperto e per nulla concluso sul caso Englaro e forse molti non sanno che il termine eutanasia inteso nella sua concezione primaria fu coniato per dare la possibilità ai medici che si imbattevano in pazienti in fin di vita, di accompagnarli nel loro percorso verso la morte utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione per alleviare il più possibile il dolore. Solo molto tempo dopo, l’eutanasia (la “buona-morte”) viene utilizzata per accelerare il decesso e porre fine alle sofferenze del malato. In realtà chi dovrebbe decidere fino a quanto sia disposta a sopportare il dolore fisico e morale che la malattia porta con sé, è solo la parte lesa unica protagonista del proprio destino.

Giselda Cianciola

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