Pamela Genini, un anno dopo il femminicidio resta il mistero della profanazione: il DNA trovato sulla tomba e i dubbi degli inquirenti

Un anno dopo il femminicidio di Pamela Genini c'è una novità: il dna sul nastro adesivo che potrebbe essere quello della persona che ha profanato la sua tomba

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Oggi, 14 ottobre 2026, è passato esattamente un anno dall‘omicidio di Pamela Genini, la giovane di 29 anni uccisa il 14 ottobre 2025. Una tragedia che aveva profondamente scosso l’opinione pubblica e alla quale, nei mesi successivi, si è aggiunto un episodio ancora più sconvolgente: la profanazione della sua salma nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo. A distanza di un anno dal femminicidio, resta ancora senza una risposta definitiva la domanda che tormenta la famiglia: chi ha aperto la bara di Pamela e perché ha portato via la sua testa?

Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Giancarlo Mancusi, la profanazione sarebbe avvenuta tra il 27 ottobre e il 2 novembre 2025, dunque pochissimi giorni dopo la morte della ragazza. L’unico indagato per questo episodio resta Francesco Dolci, 41 anni, amico della giovane, ma al momento non sono emersi elementi sufficienti per arrivare a una conclusione definitiva. Gli investigatori continuano a lavorare su diversi fronti, mentre la famiglia di Pamela Genini attende di poter conoscere la verità su quanto accaduto anche dopo la sua morte.

Caso Pamela Genini: il DNA trovato sul nastro adesivo potrebbe essere decisivo

Uno degli elementi più importanti dell’indagine riguarda le tracce biologiche individuate dai carabinieri del Ris durante gli accertamenti sul loculo. Gli specialisti hanno analizzato impronte e materiale genetico raccolti sulla parte interna della lapide provvisoria e sugli oggetti che sarebbero stati utilizzati per richiudere la sepoltura dopo la profanazione. Particolare attenzione si concentra su un pezzo di nastro adesivo, sul quale è stata individuata una traccia di DNA in corrispondenza di un taglio che potrebbe essere stato effettuato con i denti. Proprio su questo elemento emergono versioni contrastanti.

Francesco Dolci sostiene che, secondo le analisi dei propri consulenti, si tratterebbe di DNA femminile. Le informazioni emerse dagli accertamenti investigativi indicherebbero invece un profilo genetico maschile. Una differenza tutt’altro che secondaria, considerando il punto in cui la traccia è stata trovata. Resta però una domanda fondamentale: quel DNA appartiene all’indagato? Al momento non è possibile stabilirlo. Dolci, infatti, si è rifiutato di sottoporsi al prelievo necessario per un confronto diretto. Il ritrovamento della traccia genetica, da solo, non permette comunque di attribuire la responsabilità della profanazione a una persona specifica.

Caso Pamela Genini: la scoperta del 23 marzo e gli accertamenti sulla salma

La terribile scoperta risale al 23 marzo 2026, quando gli operatori incaricati del trasferimento della bara di Pamela Genini nella tomba di famiglia si accorsero che qualcosa non andava. Il cimitero di Strozza era rimasto chiuso per lavori nei giorni precedenti e, durante le operazioni, gli addetti notarono che il coperchio della bara appariva storto e non completamente sigillato. Una volta aperto, si trovarono davanti a una scena drammatica: la parte superiore della bara era stata tagliata e alla salma mancava la testa.

Gli accertamenti successivi hanno evidenziato che l’operazione avrebbe potuto essere compiuta anche da una sola persona, estraendo parzialmente la bara dal loculo e posizionandola in obliquo. Gli inquirenti attendono adesso ulteriori indicazioni dalle analisi del medico legale Matteo Marchesi, primario dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e dell’antropologo forense Marco Cummaudo, appartenente al gruppo di lavoro dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo del Labanof di Milano. Gli esperti potrebbero fornire informazioni importanti sull’attrezzo utilizzato per il taglio e sulle caratteristiche dell’intervento, che risulterebbe molto precedente alla data della scoperta.

Pamela Genini, il dolore della famiglia e una verità ancora lontana

A rendere ancora più doloroso questo primo anniversario è proprio l’assenza di risposte sulla profanazione. La testa di Pamela Genini non risulta ancora ritrovata, mentre la Procura continua a valutare gli elementi raccolti, senza che si intraveda una svolta imminente. La madre della giovane aveva già rivolto un appello accorato a chiunque fosse responsabile di quel gesto, chiedendo la restituzione dei resti della figlia. Parole che raccontano una sofferenza difficile persino da immaginare: al dolore per una figlia uccisa si è aggiunta la consapevolezza che neppure il luogo della sepoltura è stato rispettato.

A un anno dal femminicidio, il caso di Pamela Genini continua così a interrogare gli investigatori e l’opinione pubblica. Da una parte c’è la necessità di ricostruire con precisione quanto accaduto nel cimitero di Strozza, dall’altra il diritto dei familiari a conoscere la verità e a ritrovare almeno un po’ di pace. Perché la storia di Pamela non si è conclusa con la sua morte e la sua famiglia aspetta ancora giustizia e risposte.

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