Monster: perché la serie su Lizzie Borden racconta anche Aileen Wuornos? Il significato delle due storie
Perché la serie Netflix su Lizzie Borden racconta anche Aileen Wuornos?
Monster: La storia di Lizzie Borden è probabilmente uno dei capitoli più particolari dell’antologia crime di Ryan Murphy e Ian Brennan. La serie disponibile su Netflix non si limita infatti a ricostruire, in maniera fortemente romanzata, il celebre caso di Lizzie Borden, ma a un certo punto compie un salto temporale sorprendente e porta nella storia un’altra donna destinata a diventare tristemente famosa: Aileen Wuornos. Due donne vissute in epoche completamente differenti, due vicende giudiziarie lontanissime e soprattutto due destini opposti. Perché metterle insieme? La risposta è forse proprio nella domanda che Monster vuole porre allo spettatore: quando una donna diventa, agli occhi della società, un “mostro”?
Lizzie Borden e Aileen Wuornos: perché Monster mette insieme le loro storie
Lizzie Borden e Aileen Wuornos non si sono mai incontrate e non esiste un vero legame storico tra le loro vicende. Lizzie venne processata per gli omicidi del padre Andrew e della matrigna Abby, avvenuti nel 1892 a Fall River, ma nel 1893 una giuria la dichiarò non colpevole. Il duplice omicidio rimase irrisolto e, nonostante la fama che avrebbe accompagnato Lizzie Borden per tutta la vita, dal punto di vista giudiziario non può essere considerata colpevole di quei delitti. La serie prende invece una posizione narrativa molto più netta, immaginando ciò che potrebbe essere accaduto e riempiendo con la finzione gli enormi spazi lasciati vuoti dalla storia. Netflix stessa sottolinea che nessuno sa con certezza cosa sia realmente accaduto nella casa dei Borden quel giorno.
La vicenda di Aileen Wuornos è completamente diversa. La donna venne condannata per gli omicidi di uomini uccisi in Florida tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta e fu infine giustiziata nel 2002. In Monster è interpretata da Sarah Paulson e compare nelle sequenze ambientate molti decenni dopo il processo Borden. Ian Brennan ha spiegato che Wuornos non appartiene direttamente alla storia di Lizzie: serve piuttosto a mostrare come l’immagine di Borden e il mito costruito intorno a lei abbiano attraversato le generazioni.
Due donne, due epoche e soprattutto due verdetti completamente diversi
Ed è qui che la scelta degli autori diventa molto più comprensibile. Una viene assolta, l’altra finisce nel braccio della morte. Tra Lizzie Borden e Aileen Wuornos c’è quasi un secolo di distanza, ma Monster sembra voler utilizzare proprio questa distanza per costruire un confronto. Non significa sostenere che le due donne fossero uguali, né che le loro azioni avessero le stesse motivazioni. Al contrario, sono proprio le differenze a rendere interessante l’accostamento.
Lizzie Borden apparteneva all’America vittoriana di fine Ottocento, un mondo nel quale l’idea stessa che una donna della sua posizione sociale potesse compiere un delitto tanto brutale entrava in conflitto con gli stereotipi femminili dell’epoca. Il suo processo divenne uno spettacolo nazionale e la sua figura continuò a vivere nell’immaginario collettivo anche dopo l’assoluzione. Aileen Wuornos arrivò invece davanti alla giustizia americana un secolo più tardi con una storia personale e sociale completamente differente. Monster mette così una di fronte all’altra non soltanto due donne accusate di omicidio, ma due modi diversi con cui l’America ha guardato alla violenza femminile.

Il vero filo conduttore di Monster è la domanda: perché le donne uccidono?
C’è poi un elemento che aiuta a capire ancora meglio l’intenzione della serie. Ella Beatty, interprete di Lizzie, ha spiegato che la presenza della storia di Wuornos serve anche all’esplorazione di una domanda centrale: perché le donne uccidono? Secondo l’attrice, questo capitolo di Monster continua il lavoro fatto nelle precedenti stagioni sulla psicologia dei protagonisti, ma lo fa per la prima volta attraverso la lente dell’esperienza femminile.
Anche il regista Max Winkler ha parlato del desiderio di affrontare il tema della rabbia femminile, inserendolo nel contesto delle limitazioni imposte alle donne nell’America di fine Ottocento. Questo non significa naturalmente che la condizione femminile possa essere utilizzata come spiegazione automatica o giustificazione dell’omicidio. È piuttosto il terreno sul quale Monster costruisce la propria interpretazione narrativa di Lizzie e, successivamente, il confronto con Wuornos.
Lizzie Borden diventa un simbolo prima ancora di essere una colpevole
C’è inoltre una differenza fondamentale che Monster sembra voler mettere continuamente davanti allo spettatore: Lizzie Borden è diventata una delle assassine più famose della cultura popolare americana senza essere mai stata condannata per un omicidio. La filastrocca sull’ascia, i libri, i film e le numerose ricostruzioni hanno progressivamente trasformato una donna assolta in un personaggio quasi mitologico.
È esattamente in questo spazio tra realtà e leggenda che si muove la serie. Monster sceglie deliberatamente di immaginare una sua versione dei fatti e introduce anche numerosi elementi privi di riscontro storico. Il risultato non deve quindi essere interpretato come una ricostruzione documentaristica. La Lizzie della serie è anche un personaggio costruito dagli autori per interrogarsi sulla repressione, sulla rabbia e sul modo in cui nasce un mito criminale.
Aileen Wuornos è lo specchio oscuro di Lizzie Borden
Aileen Wuornos diventa allora una sorta di specchio narrativo nel quale osservare nuovamente Lizzie. Da una parte abbiamo una donna sulla cui eventuale responsabilità ancora oggi non esiste una risposta definitiva e che uscì libera dal tribunale; dall’altra una donna riconosciuta colpevole, condannata e infine giustiziata.
La serie non sembra voler dimostrare che Lizzie e Aileen siano la stessa persona a distanza di cento anni. Sarebbe una lettura troppo semplice. Le mette invece una accanto all’altra affinché sia lo spettatore a notare analogie e differenze: il rapporto con la violenza, il contesto sociale, il modo in cui vengono raccontate dalla stampa, il giudizio dell’opinione pubblica e soprattutto il modo in cui entrambe finiscono per diventare qualcosa di più grande della propria vicenda giudiziaria.
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Monster non racconta soltanto chi ha ucciso, ma come nasce un “mostro”
Ecco allora perché la storia di Aileen Wuornos, inizialmente, può sembrare quasi fuori posto. Se ci si aspetta una serie interamente dedicata alla ricostruzione del caso Borden, il salto temporale può apparire spiazzante. Ma Monster non vuole essere semplicemente la cronaca del processo a Lizzie. Gli autori vogliono ragionare sulla costruzione del “mostro” e, per la prima volta nell’antologia, farlo attraverso figure femminili.
C’è persino una sorta di paradosso alla base dell’intera stagione. Lizzie Borden è entrata nella leggenda come assassina pur essendo stata assolta; Aileen Wuornos è stata invece condannata e messa a morte, diventando a sua volta un’icona del true crime americano. Una vive soprattutto nel territorio del dubbio, l’altra in quello della condanna giudiziaria. Metterle nella stessa serie significa quindi confrontare non soltanto due storie criminali, ma due differenti processi attraverso i quali una donna può essere trasformata in un “mostro” nell’immaginario collettivo.

Il significato del finale e dell’incontro impossibile tra Lizzie e Aileen
La scelta più provocatoria di Monster è proprio quella di superare i confini della cronaca e creare un collegamento che nella realtà non è mai esistito. La presenza di Wuornos nel mondo di Lizzie è un espediente narrativo, non una rivelazione storica. Netflix stessa spiega che Aileen non fa direttamente parte della vicenda Borden e che la serie utilizza la sua presenza per mostrare l’influenza esercitata dal mito di Lizzie attraverso le generazioni.
Ed è forse questa la chiave migliore per interpretare l’intera stagione. Lizzie Borden e Aileen Wuornos potrebbero avere moltissimo o pochissimo in comune: Monster non pretende necessariamente di stabilirlo. Le mette però nello stesso racconto per costringerci a confrontare due donne, due Americhe e due sistemi di giudizio. Una fu assolta ma condannata per sempre dalla cultura popolare al ruolo di assassina; l’altra fu condannata dalla giustizia fino alla pena capitale. Tra loro resta quasi un secolo di storia e una domanda che la serie lascia volutamente aperta: quanto conta ciò che una persona ha realmente fatto e quanto, invece, il modo in cui la società decide di raccontarla?