A Domenica In non bastano i giovani per svecchiare il programma: la cura non fa il miracolo
Quella sensazione di già visto che si ha sempre torna anche con la prima puntata della nuova Domenica IN che doveva entrare nelle case degli italiani svecchiata ma è sempre la stessa
E’ appena finita la prima puntata di Domenica In, quella di una edizione che doveva segnare lo spartiacque, così ci avevano detto. Il nuovo che vi farà dimenticare il vecchio e invece, la sensazione è che sia andata in onda la solita vecchia puntata di un programma che si ripete uguale ormai da anni. Una nuova sigla, una nuova band, un frontman dall’immagine decisamente più rock, un corpo di ballo e tanti ragazzi sistemati intorno a Mara Venier con il compito, neppure troppo nascosto, di portare energia, applausi e un po’ di sano rumore nello studio.
Domenica In ha inaugurato oggi, 27 settembre 2026, la sua nuova edizione provando a mostrare fin dai primi minuti un volto differente. L’operazione di restyling, almeno sulla carta, c’è: Andrea Sannino e Franco Ricciardi firmano la nuova sigla, Timothy Cavicchini è il nuovo frontman della band e la trasmissione prova ad aprire maggiormente le porte ai giovani. Il problema è un altro: basta davvero mettere trenta ragazzi in uno studio televisivo, chiedere loro di ballare, applaudire e fare confusione per poter pronunciare la parola “rinnovamento”?
Perché dopo l’effetto iniziale, tolta la carta regalo, dentro la scatola sembra esserci ancora la solita Domenica In. Quella che conosciamo da anni. E forse proprio qui sta il problema: si è lavorato sulla cornice quando sarebbe stato necessario avere il coraggio di cambiare il quadro.
>>> Perchè il maestro Manganesi non è più a Domenica In?
A Domenica In il “Pranzo della domenica”: la grande novità che sa di televisione di quarant’anni fa
A rendere ancora più evidente questa contraddizione è una delle idee presentate come elemento della nuova formula: il “Pranzo della domenica”. Savino Zaba entra nelle case degli italiani per raccontare una famiglia riunita intorno alla tavola; nella prima puntata il collegamento è dalla Calabria. Non si tratta di un’indiscrezione: è uno degli elementi ufficialmente previsti nella nuova struttura del programma.
Ed è qui che viene spontaneo chiedersi dove sia esattamente la rivoluzione. Raccontare la famiglia italiana riunita davanti a lasagne, polpette e tovaglia della domenica è praticamente un archetipo della televisione generalista. Un’idea antica come le piramidi, televisivamente parlando. Può certamente regalare calore e identificazione, ma non basta chiamare “nuovo spazio” qualcosa che sembra arrivare direttamente da un varietà degli anni Ottanta per rendere contemporaneo un programma.
Anzi, il rischio è quasi comico: mentre nello studio si mettono giovani, musica e un frontman tatuato per comunicare dinamismo, pochi minuti dopo si torna alla rassicurante liturgia della famiglia a tavola. Una mano prova a spingere Domenica In nel 2026, l’altra la trattiene saldamente per la giacca. Tra l’altro se si aggiunge anche il fatto che il collegamento non sia dei migliori…

Il problema non è Mara Venier: è una formula che sembra avere paura di cambiare
E attenzione, perché sarebbe troppo semplice scaricare tutto su Mara Venier. La conduttrice resta probabilmente l’elemento più riconoscibile della trasmissione e continua a funzionare soprattutto quando può fare quello che le riesce meglio: incontrare un ospite, ascoltarlo, interrompere la scaletta quando serve e trasformare un’intervista televisiva in una conversazione.
La presenza di Laura Pausini, super ospite della prima puntata, va esattamente in questa direzione, così come un parterre che comprende Raoul Bova, Luca Argentero, Myrta Merlino, Marco Tardelli e Aldo Cazzullo. Sono nomi importanti, capaci inevitabilmente di dare sostanza al pomeriggio. Ma proprio questo rende ancora più evidente il cortocircuito: quando arrivano gli ospiti forti, Domenica In torna immediatamente a essere la Domenica In degli ultimi anni.
Intervista, racconto personale, promozione, emozione, musica e si riparte. Tutto legittimo, naturalmente. Ma dov’è allora questo svecchiamento? Non certo nell’età anagrafica di chi applaude dietro la conduttrice. La televisione diventa giovane quando cambia ritmo, scrittura, linguaggio, idee e capacità di sorprendere, non quando mette dei ventenni davanti alle telecamere. Altrimenti è soltanto scenografia umana.
Domenica In e quella polvere che una nuova sigla non riesce a nascondere
Ed è forse questa la sensazione più forte lasciata dall’esordio: si è provato a spolverare Domenica In senza spostare davvero i mobili. Qualche cambiamento è reale, a partire dalla band e dall’arrivo di Timothy Cavicchini al posto di Stefano Magnanensi, che ha scelto personalmente di lasciare il programma dopo una lunga collaborazione.
Ma una trasmissione arrivata alla sua cinquantunesima edizione non deve necessariamente trasformarsi in qualcosa che non è. Deve però decidere cosa vuole essere. Se vuole conservare il pubblico storico, può continuare serenamente a puntare sul salotto, sulle interviste e sulla rassicurante domenica familiare. Se invece vuole davvero svecchiarsi, allora servono idee molto più coraggiose di una platea giovane che applaude, di qualche stacco musicale più energico e di un collegamento con una famiglia mentre mangia.
Anche perché il pubblico televisivo sa riconoscere benissimo la differenza fra un cambiamento strutturale e una mano di vernice fresca. E dopo la prima puntata la domanda resta inevitabilmente sospesa: questa è davvero la nuova Domenica In oppure è la vecchia Domenica In che ha semplicemente cambiato pettinatura? E poi resta la domanda delle domande: forse per vedere una Domenica IN diversa dobbiamo aspettare che Mara Venier dedica di lasciare? Perchè altrimenti basterebbe dire che si va avanti accontentandosi di quello che “passa il convento” che non è poco.
Parlare invece sempre di rinnovamento, di un programma che si evolve ( sui social ormai per i pochi rimasti a commentare Domenica In è diventato Domenica INPS) è al cosa più sbagliata che si possa fare. Perchè il rinnovamento non c’è mai stato.