Buon compleanno Faber: De André a 74 anni dalla sua nascita (video)

Oggi Fabrizio De André avrebbe compiuto 74 anni. Uno dei migliori cantautori della storia italiana tra memoria e poesia

Oggi è il compleanno di Fabrizio De André, uno dei migliori cantautori italiani. Un artista, un poeta, un sognatore, un “amico fragile” ostinato e contrario. Oggi Faber, nato a Genova nel 1940, avrebbe 74 anni e se fosse ancora vivo, tutti noi, ancora, ammireremmo il suo coraggio morale, la sua coerenza artistica. Quella coerenza con cui egli, nella società italiana del dopoguerra, scelse di sottolineare i tratti nobili ed universali degli emarginati, affrancandoli dal “ghetto” degli indesiderabili e mettendo a confronto la loro dolorosa realtà umana con la cattiva coscienza dei loro accusatori.

13 dischi in 40 anni di carriera artistica – Nel lontano 1961 la casa discografica Karim pubblicò il suo primo 45 giri. Il disco conteneva solo due brani: Nuvole barocche ed E fu la notte. Negli anni successivi De André andò affermandosi sempre più come personaggio riservato e musicista colto. Dalle atmosfere degli storici cantautori francesi, alle tematiche sociali trattate sia con crudezza sia con metafore poetiche; dalle tradizioni musicali di alcune regioni italiane e mediterranee (soprattutto Liguria, Campania e Sardegna), alle sonorità di ampio respiro internazionale. Il suo, era un linguaggio inconfondibile ed inimitabile.

Il suo album preferito – “Te la sentiresti di dire quale dei tuoi dischi è il migliore?” gli domandò lo scrittore e giornalista Doriano Fasoli. “Senza dubbio ti rispondo: La buona novella, è quello più ben scritto, meglio riuscito”. “Lo sai che ero quasi sicuro che invece mi avresti risposto: Tutti morimmo a stento? Come mai questa scelta?” replicò Fasoli. “No, quello è un disco polveroso, barocco, e non dimentichiamoci che sotto il Barocco c’era il peso della Controriforma…”. Entrambi questi album furono incisi a cavallo del 1970. La buona novella, quello che Faber defenì il suo migliore lavoro (l’intervista è precedente ad altri dischi come Crêuza de mä o Anime Salve) è di fatti un album importante, che interpreta il pensiero cristiano alla luce di alcuni vangeli apocrifi sottolineando l’aspetto umano della figura di Gesù, in forte contrapposizione con la dottrina di sacralità e verità assoluta, che il cantautore sosteneva essere inventata dalla Chiesa al solo scopo di esercizio del potere.

Poeta o cantautore – A chi lo definiva un poeta Fabrizio De André rispondeva parafrasando nientemeno che Benedetto Croce: “Tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante”. All’interno dell’archivio della Rai, si possono leggere diverse testimonianze inedite dell’artista. Una in particolare, parla della canzone: “un arte estremamente composita che a differenza del romanzo o della poesia, oltre alla scrittura del testo si avvale di altre due componenti fondamentali: la musica e l’interpretazione”. Frammenti tratti da Livingstone di Daniela Jurman, Daniela De Rosa ed Elena Bianchi del dicembre 1996 in cui il cantautore rievoca il rapporto con la famiglia e l’atteggiamento provocatorio nei confronti del padre: “Verso i 18 anni tornavo a casa con l’Unità in tasca  dichiara De André – e questo mio padre non lo gradiva. Si rischiava il tafferuglio. Così decisi di andarmene fuori di casa”. Un percorso verso “un altro tipo di mondo che si orientava ed orientava la propria vita dandosi pace più che attraverso l’esercizio d’una ragion pratica, considerando più formativa una ragione che potremmo definire una ragion sentimentale”.

“De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano” (F.Piovani).

Il cammino di Fabrizio De André – scrive Livio Gatti Bottoglia (Non al denaro, non all’amore né al cielo, mensile Civetta, marzo 1999) – ebbe inizio sulla pavimentazione sconnessa ed umida del carruggio di Via del Campo, prolungamento della famosa Via Pré, strada proibita di giorno quanto frequentata la notte. È in quel ghetto di umanità platealmente respinta e segretamente bramata che avrebbero preso corpo le sue ispirazioni; di ghetto in ghetto, dalle prostitute alle minoranze etniche, passando per diseredati, disertori, bombaroli ed un’infinità d’altre figure. Nella sua antologia di vinti, dove l’essenza delle persone conta più delle azioni e del loro passato, De André raggiunse risultati poetici che oggi gli vengono ampiamente riconosciuti”.

La notte dell’11 gennaio 1999, alle ore 02:30, Fabrizio De André morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era stato ricoverato con l’aggravarsi della malattia, un carcinoma polmonare che non gli diede scampo. Aveva 58 anni. Oggi, vogliamo ricordarlo così.

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