La storia di Yara Gambirasio secondo Netflix

film yara

E’ una strana sensazione quella che si prova nei primi minuti di visione del film Yara, da pochi giorni su Netflix. E’ quella atroce consapevolezza che purtroppo il finale ci farà male, e che il telecomando non ci permetterà di cambiare il destino di Yara. Se si potesse fare, se fosse uno di quei film che fanno scegliere il finale, tutto sarebbe diverso. Purtroppo Yara non c’è più e non appena si inizia a guarda il film che ci racconta la storia della piccola Gambirasio, si è travolti da quel sentimento di rabbia, dolore, frustrazione. Non riavremo indietro Yara, la sua famiglia non potrà riabbracciarla, i suoi fratelli non la vedranno a casa, le sue compagne di danza non balleranno con lei. Yara non c’è più e quelle immagini del suo sorriso con l’apparecchio, fanno ancora male. Perchè non si può morire a tredici anni, non si può restare per mesi in un campo, sotto le intemperie. Non si può. Ed è davvero complicato smettere di pensare a tutto questo, anche se si vuole capire, tutto il lavoro fatto da chi ha indagato, il dolore della famiglia, la disperazione di tutte le persone convolte in questa storia. Perchè continui a pensare che Yara non c’è più.

La storia di Yara Gambirasio secondo Netflix

Possiamo tranquillamente dire che Netflix e Taodue che ha prodotto il film, hanno avuto un grande merito. La chiave di lettura data. Garbo, delicatezza, intimità. Abbiamo saputo molte più cose ascoltando le trasmissioni in onda al mattino in piena fascia protetta, sulla piccola Yara, che nel film di Netflix. Difficilissimo tra l’altro, riassumere in meno di due ore, tutto quello che è successo in 4 lunghissimi anni. Quel maledetto 26 novembre e poi quel giorno di febbraio in cui tutto per caso è finito ma allo stesso tempo è ricominciato. Perchè dopo aver capito come Yara era morta bisognava dare un nome al suo assassino. Ed ecco la storia di ignoto 1, arrivata fino oltreoceano. Non è stato facile per la Ruggeri, che sin dal primo giorno ha indagato sul caso, mettere insieme tutti i tasselli: una donna che si basava tanto sulla scienza e poco sulle chiacchiere di chi diceva a metà, di chi parlava per sentito dire. Alla fine però quella voglia di dare a mamma Maura giustizia, quella voglia di dare un nome all’assassino di Yara, hanno permesso di arrivare all’epilogo di questa drammatica vicenda. E a differenza di quello che è successo negli ultimi 10 anni, che ci hanno permesso di conoscere da cima a fondo l’assassino di Yara, Giuseppe Bosseti, nel film la sua figura è marginale. E’ lui l’assassino ma quello che si vuole far capire è che a morire, è stata una ragazzina di tredici anni con tanti sogni. Nel suo nome il destino: Yara, come una farfalla. Nel suo destino un finale tragico: ali spezzate e sogni rimasti impressi sulle pagine di quel diario che la ginnasta custodiva con attenzione.

La storia di Yara Gambirasio secondo Netflix è la storia di una squadra che ha lavorato notte e giorno per 4 anni, di persone che ci hanno messo tutto, di uomini e donne che hanno rinunciato alla loro vita pur di dare un nome e un cognome a quell’assassino dagli occhi chiari.

Il film di Yara su Netflix: le critiche

Secondo quello che si legge su Wikipedia, i genitori di Yara hanno dichiarato tramite il loro avvocato di non aver mai avuto alcun contatto significativo con il regista il quale avrebbe telefonato ai due solo nelle fasi finali della realizzazione del film.

L’avvocato di Bossetti ha definito il film pieno di errori e incongruenze con la realtà dalle celle agganciate dal cellulare di Bossetti (“l’ha agganciato, ma è accaduto un’ora prima che Yara sparisse“), alle ricerche pedopornografiche sul suo computer (“si tratta in realtà di frammenti di stringhe che nei siti hot si aprono passando con il mouse sopra a icone che mostrano una sorta di preview del video“), alla polvere di calce nei polmoni e nelle ferite della tredicenne (“le sferette di metallo trovate sul furgone di Bossetti sono d’acciaio e quelle trovate su Yara erano in ferro“).

Cosa ha stabilito la giustizia per Massimo Bossetti

Il 17 luglio 2017 la Corte d’Appello conferma la sentenza di colpevolezza.
Il 12 ottobre 2018 la Corte di Cassazione condanna Massimo Bossetti in via definitiva.
Malgrado le sentenze, Massimo Bossetti non ha mai smesso di proclamarsi innocente.
Novembre 2019. La difesa di Bossetti chiede al Tribunale di Bergamo di poter accedere a reperti biologici e indumenti per una nuova valutazione ma l’istanza viene respinta.
11 gennaio 2021. La Corte di Cassazione annulla la decisione e decide che la Corte d’Assise di Bergamo dovrà fissare udienza per consentire l’analisi dei reperti.
3 giugno 2021. La Corte d’Assise di Bergamo rigetta la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di avere accesso ai reperti.

Regia del film di Marco Tullio Giordana. Nel cast: la protagonista Isabella Ragonese nei panni della Pm Ruggeri. Alessio Boni, Chiara Bono, Roberto Zibetti, Thomas Trabacchi. Il film è su Netflix.

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