Carburante a rischio, estate in bilico: l’Europa teme lo stop ai voli, riserve in soli due Stati

L'Europa potrebbe esser chiamata a fare i conti con la crisi del carburante per gli aerei durante tutta l'estate

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La crisi del carburante per gli aerei in Europa si sta rivelando molto più grave di quanto apparso finora, con scenari che rischiano di compromettere seriamente la stagione estiva del traffico aereo. Secondo fonti comunitarie, le scorte di jet fuel disponibili nel continente potrebbero esaurirsi tra la seconda e la terza settimana di maggio, anche considerando gli ultimi rifornimenti arrivati via mare dal Golfo Persico. Una prospettiva che mette in allerta governi e compagnie aeree, soprattutto in vista dei mesi di maggiore affluenza. Il Corriere della sera oggi pubblica un articolo in esclusiva nel quale si prova a fare il punto della situazione.

E la domanda è solo una: quali sono gli stati che hanno delle riserve da poter utilizzare in caso di crisi del carburante?

Crisi del carburante in Europa: cosa potrebbe succedere in estate

Il problema principale riguarda la limitata capacità di resistenza degli Stati europei in caso di crisi prolungata. Solo due Paesi sarebbero in grado di contare su riserve strategiche sufficienti per coprire fino a 90 giorni, mentre la maggior parte degli altri non riuscirebbe a superare un mese. Ancora più preoccupante è la situazione di alcune nazioni che disporrebbero di appena 8-10 giorni di autonomia, un margine estremamente ridotto che potrebbe tradursi rapidamente in blocchi operativi negli aeroporti.

A rendere il quadro ancora più incerto è il contesto geopolitico internazionale. La stabilità dei flussi energetici dipende in larga parte dalla tenuta della tregua tra Stati Uniti e Iran, che permetterebbe il ritorno alla normalità dei transiti nello Stretto di Hormuz. In caso contrario, il rischio di una carenza concreta di cherosene diventerebbe immediato. Alcuni segnali di tensione sono già visibili: diversi aeroporti europei stanno affrontando difficoltà nei rifornimenti, anche se senza comunicazioni ufficiali, mentre emergono limitazioni operative come tetti massimi di carburante per volo o priorità assegnate ai collegamenti di linea rispetto all’aviazione privata.

Un altro elemento critico riguarda la forte dipendenza europea dalle importazioni: circa il 43% del fabbisogno di carburante per l’aviazione proviene proprio dal Golfo Persico. Con il blocco o la riduzione dei traffici marittimi, i volumi disponibili si sono ridotti drasticamente. Nel frattempo, le raffinerie europee lavorano già al massimo della capacità, senza possibilità concreta di aumentare la produzione interna nel breve periodo. Questo limita fortemente le opzioni di risposta immediata all’emergenza.

Il mese di maggio si configura quindi come decisivo. In assenza di nuovi arrivi via mare, potrebbe diventare necessario attingere alle riserve strategiche, con il rischio successivo di dover sospendere o limitare i rifornimenti in alcuni scali. Anche nel caso di una riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, la situazione non si risolverebbe rapidamente: tra costi assicurativi elevati, riposizionamento delle petroliere e tempi di navigazione, potrebbero volerci settimane, se non mesi, prima che i flussi tornino alla normalità. Nel frattempo, l’Europa resta esposta a una delle crisi energetiche più delicate degli ultimi anni.

E si attendono ovviamente segnali da Iran e Usa. Due settimane di tregua e poi che cosa succederà? L’Europa dovrà realmente fare i conti con la crisi del carburante e con il taglio dei voli in estate?

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