L’insostenibile verità di Kundera

In un mondo che corre velocemente, in cui apprendiamo molto ma non conosciamo il valore di niente, dove ogni sentimento è vissuto in base ai vantaggi che esso è in grado di offrire, da cosa possiamo essere salvati? La Lentezza. Il grande maestro psichedelico Milan Kundera ci insegna a riscoprire i sensi abbandonati, ci invita a succhiare la linfa delle passioni che necessariamente investono la nostra vita. Il testo assume le sembianza di un racconto erotico-sociologico in cui si intrecciano le vicende di alcuni personaggi di varia umanità, che incarnano i vizi e i vezzi umani quotidiani.

La lentezza rappresenta la concentrazione all’atto del fare, “il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria”, scrive l’autore, offrendo la possibilità di riassaporare un ricordo, ridando al nostro cuore le sensazioni percepite in quel lontano passato. L’opera esorta a dissetarsi con ogni stizza di piacere che scorre nelle vie della percezione sensoriale. Non si può godere della vita senza lasciarsi travolgere dagli istinti primordiali tipici della stessa condizione umana. L’autore riflette la necessità del pensiero edonistico, attraverso un Pathei mathos, soffrire per conoscere l’essenza dell’anima, non una sofferenza tribolata, bensì colma di soddisfazione e goliardico benessere corporale. Possiamo giungere alla condizione di percepire la durata di un secolo nell’intensità di una sola notte. L’ardente desiderio di consumare ogni istante diviene l’arma ideale per combattere una modernità che vuole renderci vuoti.

Cristina del Galdo

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