World economic forum: migliora la parità tra sessi ma non gli stipendi

L’Italia non brilla certo per occupare le prime posizioni negli indici di benessere. Altra conferma arriva dal World economic forum in cui si sottolineano passi avanti nella parità tra sessi, ma non per gli stipendi. La nostra nazione non brilla certo per libertà di stampa e nemmeno per il basso carico fiscale, e ora emerge un nuovo dato che in fondo conferma ciò che si è sempre saputo. È il sintomo che l’Italia ha ancora parecchia strada da fare, in tema di equilibri tra generi. Il Forum Economico Mondiale è una fondazione senza fini di lucro con sede a Ginevra e che ogni anno si occupa delle tematiche più scottanti, dalla salute all’ambiente. Il World economic Forum rileva che sui 136 Paesi analizzati siamo al 124° posto nella parità di stipendi tra i sessi. Questo significa che per la stessa tipologia di lavoro, il datore continua a dare uno stipendio maggiore all’uomo. Il “Gender gap index” pubblicato ogni anno dal World economic forum, contiene però anche notizie positive. I progressi maggiori si registrano per quanto riguarda i campi della politica e dell’istruzione. Grazie all’ingresso di numerose parlamentari donne, la nostra posizione è salita dalla 44° alla 71°. Nell’istruzione, dal 107° siamo passati al 93° posto. La temporanea legge che dal 2012 obbliga le società pubbliche o quotate ad aumentare la percentuale di donne ha prodotto progressi. Lunedì si discuterà del tema a Roma durante il convegno “Women mean business and economic growth”, organizzato dal dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio in collaborazione con l’università Bocconi. Durante il convegno, verranno resi noti alcuni dati sull’attuazione della legge e di proposte per favorire la parità tra i sessi e tra gli stipendi. A un anno dall’entrata in vigore della legge, le cifre Consob rivelano che il 17,1% degli incarichi nelle aziende quotate è esercitato da una donna: il doppio rispetto l’anno precedente. Inoltre, la presenza di cda (consigli di amministrazione) esclusivamente maschili rappresentano il 20% del totale, mentre solo tre anni fa rappresentavano la maggioranza. Tuttavia, per aggirare la legge, c’è chi riduce il numero dei consiglieri per ridurre la presenza femminile al minimo, chi riduce i vertici e chi tenta di persuadere il ministero che, non avendo una quota di controllo, non può imporre la quota di genere. Insomma, per quanto riguarda la parità tra sessi la cultura nostrana sta cambiando in meglio. Per quanto riguarda gli stipendi, invece, non sono stati riscontrati migliorati. Non resta che attendere novità in proposito.

 

 

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