La lettera di Martina Ciontoli: “Marco stava morendo e io no avevo capito niente”

Dopo Federico Ciontoli, prima che il 3 maggio si metta la parola fine a tutta la vicenda giudiziaria che vede coinvolta la famiglia, anche Martina decide di parlare. La fidanzata di Marco Vannini lo fa con una lunga lettera diffusa dal TG2 e che è stata ripresa nelle ultime ore da tutte le testate giornalistiche nazionali. In attesa che la Cassazione si esprima e che ci sia il finale di una delle storie più brutte della cronaca degli ultimi anni, Martina prova a raccontare che cosa è successo la notte in cui ha perso il fidanzato. Racconta che cosa è accaduto la sera in cui Marco Vannini è stato ucciso dopo una cena in famiglia nella villetta dei Ciontoli a Ladispoli.

La lettera di Martina Ciontoli fidanzata di Marco Vannini

Sul Corriere della sera viene pubblicato una sorta di riassunto della lettera. Martina scrive:

Oggi ho 25 anni. Non so quante volte ho desiderato riaprire gli occhi per risvegliarmi da quello che avrebbe potuto essere solo un incubo terrificante… Avevo 19 anni, Marco 20, quando una notte, all’improvviso, cambiava tutto. Per mano di mio padre. Per uno scherzo… Io non avevo capito niente. Marco stava morendo. Chissà se e quando lo ha capito anche lui. Non oso neanche pensarlo è il mio pensiero fisso… È stato difficile capacitarsi di questo e rassegnarsi al fatto che il pregiudizio o una certa volontà riescono addirittura a cambiare la verità agli occhi degli altri.

Non sono stati certamente anni facili quelli che Martina ha dovuto affrontare. Oggi scrive:

Allo stesso modo magari tutte queste mie parole potranno sembrare terrificanti se lette pensando che le abbia scritte un mostro, un’assassina… fredda, senza scrupoli, incapace di provare sentimenti e che per questo ha voluto la morte di Marco o lo ha abbandonato accettando che morisse come un cane. Vorrei che almeno qualcuno capisse che queste parole sono solo il risultato del tentativo che ho cercato di fare per tirare fuori almeno un po’ del caos che c’è dentro di me. Da anni non riesco a parlarne. Con nessuno. Neanche con chi mi è più vicino. A volte non so comportarmi… a volte sono fuori di me. Come se il dolore sia troppo forte per essere spiegato, per essere capito…

Martina prova a spiegare cosa prova oggi:

A volte mi sembra di non poter comprendere io stessa l’inferno che ho vissuto. E che vivo. Cosa provo nei confronti di mio padre. Cosa ho provato e provo per non aver potuto piangere la perdita di Marco insieme a Marina e Valerio che per me erano come una seconda famiglia…. Avrei dovuto chiamarli subito quando ho visto che Marco non si sentiva bene…per questo mi odiano e non si fidano di me…ma io in quel momento pensavo a capire lui cosa avesse, mentre si lamentava, poi si riprendeva, poi si lamentava…mentre mio Padre diceva che si era solo spaventato e aveva un attacco di panico… provavo a tranquillizzarlo… gli stavo vicino… Marco era grave e aveva un proiettile in corpo…ma io non lo sapevo…non lo sapevo…e le mie azioni e i miei pensieri sono stati inutili per questo… Vorrei poter raggiungere il loro cuore, ritrovarlo, incontrarlo…

Il pensiero costante ai genitori di Marco:

Vorrei poterli abbracciare… ma so che la distanza è irrecuperabile, lo è stata sin dal primo momento, e che la loro disperazione è troppo grande per poter anche solo avere il dubbio che le mie parole e i miei sentimenti siano sinceri. Ormai all’immagine di un mio abbraccio inorridiscono…è impensabile per loro. E io devo accettarlo e rispettarlo. Non ho mai davvero pensato al carcere…neanche come ipotesi…nel mio futuro…di fronte alla consapevolezza della verità. Mi sto rendendo conto che fra poco probabilmente per come sono andate le cose…per quella che è stata la realtà costruita, dovrò confrontarmi con questa possibilità…e non so se sono in grado.

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