Giornata contro la violenza sulle donne: poche denunce troppi femminicidi. Un fallimento?

violenza contro le donne

I numeri sono freddi, sono qualcosa che non vorremmo mai accostare alla morte. Ma nel caso della donne vittime di femminicidio, è fondamentale anche parlare di numeri perchè solo analizzando i freddi dati si può capire che cosa succede nel nostro paese ma non solo. Purtroppo siamo di fronte ad un fenomeno di carattere strutturale e non emergenziale: le donne uccise in ambito familiare/affettivo sono state 111 nel 2018, 94 nel 2019 e 99 nel 2020. A Novembre 2021, sono state uccise 57 donne. Non solo. Le ultime settimane ci hanno raccontato storie drammatiche che invitano a riflettere su diversi aspetti: le donne non sono le uniche vittime. Sempre più spesso i carnefici infatti scelgono di colpirle in modo ancora più crudele, rivalendosi sui figli, uccidendo il “frutto del loro amore” e condannando chi resta di fatto, a un ergastolo ancora più duro. A morire sono anche le donne che denunciano, e le storie si chiudono sugli articoli di giornale, con la frase che fin troppo spesso sentiamo pronunciare: “era una morte che si poteva evitare, è stata una tragedia annunciata.”

Quasi una vittima ogni 3 giorni e mezzo . Secondo i dati rilevati da Semrush, piattaforma di Saas per la gestione della visibilità online, che ha analizzato milioni di ricerche fatte online dagli utenti in Italia nell’ultimo anno, quelle relative al numero antiviolenza per le donne, il 1522, negli ultimi 12 mesi sono aumentate del 127%. Escludendo dal conteggio il mese di novembre (in cui molte delle ricerche sul tema sono legate alla Giornata Mondiale) l’apice è stato toccato a marzo 2021, con 1.300 ricerche. Questo significa che in quel mese, ogni giorno quasi 42 persone hanno cercato qualcuno che le aiutasse ad uscire dall’incubo (la media dell’anno è di circa 23 al giorno).

Per parlare di violenza contro le donne, di vittime e carnefici, ci siamo rivolti a una professionista, una esperta, una donna. Lo abbiamo fatto con la dottoressa Roberta Bruzzone, che da anni, si batte per sottolineare come sia fondamentale comprendere a fondo la persona che viene denunciata, capire che servono esperti per giudicare e dare le pene, per evitare poi, i tragici finali a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni.

I numeri purtroppo ci accompagnano da circa 30 anni, sono stati 30 anni in cui si è fatto davvero molto poco. I dati di ricerca, di dicono quanto sia un fenomeno sommerso, bisognerebbe anche capire quante persone abbiano realmente denunciate e quante donne sono poi uscite da quel perimetro.

Grazie alla dottoressa Bruzzone, che ha risposto alle nostre domande, cerchiamo di capire a che punto siamo in Italia, anche dopo l’entrata in vigore del codice rosso. Stiamo facendo il massimo per le vittime di violenza, stiamo ascoltando le loro richieste di aiuto? I numeri ci dicono altro appunto, i numeri restano forse quelli di un fallimento?

Poche denunce, troppe morti

Un capitolo doloroso, quello che si lega alle denunce. Nell’ultima settimana, abbiamo dovuto raccontare la storia di donne che avevano denunciato ma che non hanno ricevuto il sostegno e l’aiuto che si aspettavano o peggio ancora, storie in cui il carnefice è anche stato condannato, ma è poi stato libero di agire, come è successo nel caso di Juana Cecilia, uccisa dal suo ex che aveva patteggiato .  Oggi l’uomo è accusato di aver ucciso la sua ex, con tre aggravanti: futili motivi, minorata difesa della vittima e recidiva stalking. Juana Cecilia però non c’è più.

Sottovalutare gli indicatori di rischio : a pagare sono ancora le donne

I dati sono sconvolgenti perchè dimostrano che la problematica è serissima e la maggior parte delle vittime non denunciano. Quelle che denunciano non necessariamente non vengono protette. Il 15 % morte, avevano comunque denunciato. Il caso di Cecilia è l’emblema di come la legge attuale, non venga applicata nel modo giusto. Nel caso di Cecilia è andato tutto secondo le regole: lei fa la denuncia, entra in gioco il codice rosso. L’uomo viene quindi fermato, continua a perpetuare lo stalking, la misura viene inasprita e si arriva agli arresti domiciliari. A quel punto subentra la richiesta di patteggiamento che viene accolta prima dal PM e poi dal giudice. Due anni e piena sospesa, impegno a una riabilitazione , decade la misura cautelare e lui subito dopo, ha ripreso da dove aveva sospeso la sua attività persecutoria. La legge ha fatto quello che doveva fare. Alcuni soggetti di questo tipo, con questa tipo di normativa e per la sottovalutazione degli indicatori di rischio non vengono fermati. C’è un peggioramento della loro condizione, credono di avere ragione e il fatto che qualcuno cerchi di fermarli, li esaspera ancora di più.

Una incredibile vicenda da film, quella che ha visto protagonista Mirko, un uomo che era arrivato a vivere per giorni in cantina, senza cibo e acqua, completamente ossessionato dalla sua ex. Un uomo che ha continuato a seguirla e perseguitarla incapace di lasciarla andare via. E Mirko aveva visto con i suoi occhi quello che significa morire per mano di un carnefice, sua madre era stata uccisa davanti ai suoi occhi, quando era ancora minorenne.

Era un soggetto che non aveva nessuno strumento per contenere la sua ossessione. C’erano indicatori dal suo passato. Era un soggetto che aveva una struttura di personalità fortemente deficitaria. Questo genere di persona non può trattenere le sue pulsioni.

Se chi applica le leggi non ha la competenza per comprendere i rischi

Due giorni fa, Fabio Roia presidente vicario del tribunale di Milano, e componente dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne, si è espresso in modo molto chiaro e duro sul tema.

Una pena a due anni, una sospensione della misura cautelare…Quando c’è un soggetto che ha problemi di questa portata, non ci sono percorsi che bastino, questo tipo di soggetto messo in libertà non può andare bene. E’ una valutazione ingenua, non si capisce come funzionano certi tipi di personalità. L’applicazione della legge c’è stata. una pena patteggiata a due anni, non l’avrei accolta. E’ chiaro che la difesa faccia una proposta, alla luce delle informazioni che c’erano, io non avrei mai dato questo genere di pena.

Ce lo spiega anche la dottoressa Bruzzone, che è pienamente d’accordo con Roia, che così, come si sta lavorando, in alcuni casi, le cose non vanno bene. Ed è evidente, visto che alla fine, a pagare, sono sempre le donne, vittime del loro carnefice che la legge ha cercato di fermare senza riuscirci.

Ci deve essere una formazione mirata e specialistica che permetta di comprendere gli indicatori di rischio, per i magistrati che trattano queste materie. Devono comprendere come funziona la personalità di queste soggetti e se non ne hanno le competenze, devono essere affiancati da un vero esperto. Non tutti gli psicologi hanno la scienza esatta, ci si deve affidare a esperti che sanno quello che fanno. Le donne non parlano, non dicono niente a nessuno ed è anche per questo che servono esperti. Servono persone pronte ad aiutare le donne anche in sede di denuncia. Il problema riguarda anche la polizia giudiziaria. La denuncia deve essere presa in maniera corretta perchè altrimenti un PM non può avere tutti gli elementi per valutare la pericolosità del soggetto. Che cosa si può fare quindi? Si potrebbe prevedere la presenza di un avvocato, per tutte le donne vittime di violenza. Una donna non ce la fa da sola.

E allora ci poniamo tante domande: Mirko parte da Parma per raggiungere la sua ex che era in un locale con gli amici, nell’era in cui tutto è tracciato, nell’era in cui si conosce ogni singolo passo, è davvero possibile pensare che non si possa avere una sorta di alert, un GPS per un soggetto di questo genere, che possa far capire che il pericolo è vicino alla donna che ha chiesto aiuto? Invece di parlare di una scorta da dare alla donna, per limitare ancora di più le sue libertà e darla vinta per l’ennesima volta al carnefice, non si potrebbe fare qualcosa contro chi commette il reato, non contro chi lo subisce?

Senza la misura cautelare non si può fare nulla. IN quel momento non era sottoposto a nessuna misura cautelare. La questione si era chiusa lì per la legge. Pena sospesa, niente carcere. Aver trovato congrua questa pena…Ha portato a queste conseguenze.

Citiamo il caso di Reggio Emilia perchè è l’ultimo in ordine di tempo. Ma la lista, di chi è riuscito anche a evadere dagli arresti domiciliari, passare da una regione all’altra indisturbato, per uccidere o provare a farlo, è davvero lunga. Una delle storie più significative in questo senso, è quella di Maria Antonietta Rositani, che aveva lasciato il suo ex, aveva la sua vita lontano da quell’uomo, lo sapeva agli arresti domiciliari e invece una mattina se l’è ritrovato a Reggio Calabria, con una tanica di benzina pronta a bruciarla viva. Il finale, per fortuna, è stato diverso.

I bambini, i figli: vittime che restano o insieme a chi resta

Non solo le denunce, le donne che cercano aiuto, e che cercano di voltare pagina non ricevono l’aiuto necessario dalle istituzioni, pensiamo alla mamma del piccolo Matias che stava lavorando mentre suo figlio era da solo in casa, un bambino di dieci anni che non ha avito l’aiuto di nessuno, che di certo, con un padre capace di ucciderlo, non doveva essere da solo in casa. Eppure sua madre per rendersi autonoma doveva lavorare. Oggi lei resta, schiacciata dal senso di colpa, continua a ripetersi che mai avrebbe creduto il suo ex capace di uccidere l’amato figlio. Continua a ripetersi che doveva essere lei a morire, glielo ripeteva da anni.

Bisogna comprendere il punto di vista di queste donne ma anche quello del carnefice. L’aspetto della vendetta prevale su tutto il resto, spesso le donne che hanno dei figli non riescono a comprendere il reale pericolo. Se per loro il peggio del peggio per condannare le donne che li hanno abbandonati è uccidere un figlio, lo fanno. L’aspetto della vendetta prevale su tutto il resto. Sono incapaci di gestire quella frustrazione, pur di far stare l’altro, farebbero di tutto. Questa gente non si ferma e non la fermi. Quale donna pensa che un padre potrebbe uccidere un figlio, queste donne non lo pensano, eppure succede. Quel tipo di donna ha tollerato, subito, perdonato, purtroppo ha la predisposizione a tollerare la violenza e non si rende conto della gravità. Pensare che rispettino un divieto di avvicinamento…Gli indicatori di rischio dovrebbero essere considerati ma non succede.

Anche in questo caso, le leggi sono state tutte messe in atto. Ma non è servito a nulla.

Le donne costrette a cambiare vita, a rifugiarsi: i carnefici in libertà

Tra le serie più viste in questi ultimi mesi, spicca Maid…La protagonista è una ragazza che è rimasta incinta molto giovane e che ha subito per anni la violenza verbale del suo compagno, i maltrattamenti psicologici sono difficili da dimostrare e le donne spesso si sentono in colpa, pensano di essere sbagliate, pensano che non si arriverà mai allo schiaffo o peggio. E se anche trovano la forza di denunciare, si rendono conto che perderanno il poco che resta loro, perchè costrette a nascondersi dal carnefice.

Ascoltando la vicenda di Alex la protagonista della serie ( che è una storia vera) ma anche altre storie che vengono raccontate spesso sui media, sentiamo parlare di queste case rifugio per le donne, di casa famiglia, ma perchè deve essere la donna a isolarsi, a rinunciare alla sua vita, a cambiare tutto e questi posti invece non vengono costruiti per gli uomini violenti?

Ci augureremmo che chi denuncia trova poi un percorso semplice, un luogo in cui vivere o altro. Ma non è così. Molto spesso la denuncia esaspera i comportamenti e la situazione degenera. Le donne si trovano in difficoltà anche costretta a cambiare vita. Hanno problemi enormi di natura organizzativa, economica. In questo paese deve cambiare tutto. Dobbiamo costruire una rete di protezione per le donne che denunciano. Giuridico, sociale, culturale: questi sono gli ingredienti. Fino a quando si andrà avanti così continueremo a contare i morti.

Da nord a sud, giovani e meno giovani: chi sono le vittime di femminicidio in Italia

Il 2021 si chiude con storie drammatiche, molto diverse tra loro. Da nord a sud, senza differenze, giovani e meno giovani. Sono drammatiche le storie che sentiamo ogni giorno sui media. Il 2021 si era aperto in modo drammatico con l’omicidio di Roberta Siragusa, la ragazza uccisa dal suo fidanzato, non aveva neanche 20 anni…è stata barbaramente colpita e uccisa, abbandonata, deturpata. Eppure la famiglia del giovane lo ha difeso fino all’ultimo

Questo è l’aspetto culturale al quale mi riferivo prima, che prescinde da nord a sud. Questo tipo di condotte vengono tollerate e in una percentuale anche considerate legittime. C’è ancora la cultura che la donna appartiene all’uomo con cui sta. Il messaggio è così non solo al sud. Le famiglie delle vittime non sempre sono disponibili ad aiutarle. Parlo in generale, non necessariamente di questa vicenda ma spesso, le famiglie delle vittime non danno nessun aiuto della serie “te lo sei scelto, adesso te lo tieni” un paradigma ancora più valido se ci sono dei figli di mezzo.

Un’altra storia quasi da film che ci ha accompagnati per molte settimane, è quella di Ilenia Fabbri, sarà la giustizia a dimostrare se suo marito ha assoldato un killer che ha ucciso la donna mentre la fidanzata di sua figlia era in casa, ma questa vicenda è davvero drammatica. Per giorni infatti, la figlia di Ilenia ha continuato a credere nell’innocenza di suo padre.

Era una donna che era stata maltrattata, quando lei se ne va e riesce a lasciarlo, quando chiede il giusto, essere pagata per l’attività che aveva svolto. Dal suo punto di vista lei doveva sparire, era normale che lavorasse gratis. Ha deciso di annientarla perchè qui siamo di fronte a un movente di natura economica. La figlia lo realizza progressivamente, nonostante le evidenze, all’inizio sperava che il padre avesse solo chiesto di spaventare la mamma, una cosa aberrante, poi ha compreso. Lo ha commissionato in maniera fredda e ha lasciato andare sua figlia in casa, sapendo che c’era il corpo della donna, una cosa che la dice lunga su quell’uomo.

E poi come non citare Saman Abbas, a sette mesi dalla morte della ragazza, non c’è modo per il suo fidanzato di avere un corpo al quale dare degna sepoltura mentre i suoi genitori sono in Pakistan. Saman aveva chiesto aiuto, era stata in una comunità ma non aveva i suoi documenti. Come è stato possibile non pensare di darle un nuovo passaporto in modo da evitare che potesse tornare dalle persone da cui scappava?

E’ un omicidio che matura in un contesto culturale ben preciso. La famiglia voleva decidere con chi Saman doveva unirsi in matrimonio, lei ha violato ogni regola, lei è pericolosa perchè poteva essere di esempio anche per altre, che avrebbero potuto seguire la sua stessa strada. Andava quindi punita in modo esemplare. Anche Saman non pensava che i suoi potessero arrivare fino a quel punto. Lo ha forse compreso all’ultimo, ascoltando le conversazioni. Bisognava intervenire immediatamente. Il fatto stesso che sia stato sottovalutato lo scenario, è l’ennesima prova di quello che stiamo dicendo, si sottovaluta tutto. Mediaticamente nessuno si assumerà mai la responsabilità di quello che è successo.

Chiara Gualzetti è stata uccisa da un ragazzo che non era neppure il suo fidanzato…E qui il via alla ricerca dell’infermità mentale.

La richiesta dell’infermità mentale in questi casi è diventata ormai cosa banalotta. Ma non è detto che poi la con la perizia si ottenga quello che ci si augura. Il perito fa una valutazione e si cerca di comprendere cosa è successo, nel caso di questo ragazzo , come succede spesso, si dimostra che è imputabile e va a processo.

E poi c’è un’altra Chiara, Ugolini, uccisa dal suo vicino di casa che era in qualche modo ossessionato da lei. Chiara aveva la sua vita, il suo lavoro, un uomo che l’amava. Ma questo non ha impedito al suo assassino di pensare che potesse fare della sua vita quello che desiderava. E Chiara non c’è più

E’ un ingredienti esplosivo. Lei era diventata l’ossessione di questa persona, senza aver mai dato adito a nulla. Senza aver mai interagito con questa persona. Questo è un paese in cui si tollera troppo, si tollerano gli stereotipi, questi uomini sono refrattari, a loro non importa se dopo pagheranno, sono solo concentrati sulla distruzione della donna. A loro del dopo non interessa nulla.

Perchè è importante parlare di dipendenza affettiva

Il sabato sera la vediamo al fianco di Selvaggia Lucarelli che nell’ultimo anno si è battuta moltissimo per rendere meno sconosciuto un tema molto importante, quello delle dipendenze affettive. L’abbiamo ascoltata anche nei podcast per Chora Media, molto forti. E oggi possiamo leggere in modo più approfondito la sua storia nel suo nuovo libro, Crepacuore. Quanto anche le dipendenze affettive portano le donne a subire violenze sia psicologiche che fisiche e possono essere l’inizio di qualcosa di più tragico?

Quasi sempre quando c’è un manipolatore di tipo narcisistico dall’altra parte, anche se la donna non sembra avere tratti di dipendenza affettiva, che crea questo tipo di dipendenza. Getta la donna in questa condizione. La donna viene destabilizzata, la si fa sentire inadeguata, il manipolatore fa si che abbia scarsa fiducia in se stessa. Questo tipo di condizione porta a sviluppare una dipendenza affettiva , non solo in chi hai i tratti della dipendenza ma anche in chi stava semplicemente attraversando un momento difficile. La manipolazione e l’aspetto della violenza è molto prima psicologica . Il manipolatore si aspetta quel risultato e prima di arrivare alla violenza fisica aspetta di sapere che il maltrattato tollererà anche la violenza fisica. Chi manipola sa che otterrà una sudditanza psicologica. Chi ha una dipendenza affettiva difficilmente ce la fa a liberarsi da quel legame. Subentrano una serie di meccanismi, purtroppo patologici. E la persona resta intrappolata in quel tipo di relazione. Non possiamo pensare di trattare solo con in carnefici, anche le vittime hanno un problema.

Possiamo fare qualcosa per avere una sorta di educazione allamore? Da dove partite, dalle famiglie, dalla scuola?

Purtroppo il vero grande problema sono proprio le famiglie, la matrice di tutte queste vicende. La scuola ha un margine di intervento si, ma se le famiglie non collaborano con la scuola, non si riesce a venirne fuori. Il problema sono i modelli che vedono , le relazioni che sperimentano in famiglia.

Ringraziando la dottoressa Bruzzone per le sue preziose considerazioni, chiudiamo con le parole molto forti del presidente Mattarella che ci rimandano alla domanda di partenza: stiamo fallendo? Proprio oggi, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il presidente della Repubblica ha dichiarato: che quello che sta succedendo nel nostro paese è “un fallimento della nostra società nel suo insieme” e che spesso “supera il rapporto di coppia e si riversa anzitutto sui bambini, ma anche su altri familiari, amici e persone che tentano di intervenire per arginare questa folle spirale”. Il fallimento della società sta dunque nel non essere riuscita “nel percorso di liberazione compiuto dalle donne in quest’ultimo secolo, ad accettare una concezione pienamente paritaria dei rapporti di coppia”.

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