Maturità 2026 proposta C2 Mario Calabresi Alzarsi all’alba
Per la prima prova della maturità 2026 è stato proposto un brano di Mario Calabresi Alzarsi all'alba: ecco due possibili produzioni
La Proposta C2 della Maturità 2026 è una traccia di riflessione critica basata su un brano di Mario Calabresi tratto da Alzarsi all’alba (Mondadori, 2025). Il testo invita a riflettere sul significato della parola “fatica”, che negli ultimi anni sembra aver assunto una connotazione sempre più negativa, mentre in passato era associata a valori come costanza, impegno, tenacia e pazienza.
Maturità 2026 la proposta C2 con il brano di Mario Calabresi
Abbiamo provato a dare due idee per due testi diversi che possano in qualche modo rispondere alla richiesta della prima prova della maturità 2026 per la proposta C2 con l’aiuto di ChatGPT. Ecco due proposte.
>>> L’analisi del testo di Cesare Pavese
Il valore della fatica nella società dell’immediatezza
Negli ultimi anni la parola “fatica” sembra essere diventata quasi un termine scomodo. Come osserva Mario Calabresi nel brano proposto, essa viene spesso associata a qualcosa da evitare, a un ostacolo che impedisce il raggiungimento immediato della felicità e del benessere. Eppure, la fatica ha accompagnato da sempre la storia dell’umanità ed è stata uno degli strumenti fondamentali attraverso cui le persone hanno costruito il proprio futuro, raggiunto obiettivi importanti e contribuito al progresso della società.
La riflessione di Calabresi appare particolarmente attuale in un’epoca caratterizzata dalla velocità e dall’immediatezza. I social network mostrano spesso solo i risultati finali, i successi e i traguardi raggiunti, mentre nascondono il percorso fatto di sacrifici, studio, allenamento e dedizione che li ha resi possibili. Si diffonde così l’illusione che tutto possa essere ottenuto facilmente e in poco tempo.
La storia, tuttavia, dimostra il contrario. Grandi personalità della scienza, dell’arte e dello sport hanno raggiunto risultati straordinari grazie a un lavoro costante e a una straordinaria capacità di affrontare difficoltà e fallimenti. Basti pensare a Thomas Edison, che prima di perfezionare la lampadina effettuò migliaia di tentativi, oppure agli atleti olimpici che dedicano anni di allenamenti quotidiani per conquistare una medaglia.
Anche nella vita quotidiana la fatica svolge una funzione importante. Studiare per un esame, imparare una lingua straniera, trovare un lavoro soddisfacente o costruire relazioni solide richiede tempo e impegno. La soddisfazione che deriva dal raggiungimento di un obiettivo è spesso proporzionale agli sforzi compiuti per ottenerlo. Se tutto fosse immediato e privo di difficoltà, molti successi perderebbero il loro valore.
Naturalmente non bisogna confondere la fatica con lo sfruttamento o con condizioni di lavoro ingiuste. È giusto che la società cerchi di migliorare la qualità della vita delle persone e di ridurre le sofferenze inutili. Tuttavia eliminare completamente l’idea della fatica significa rischiare di perdere anche il senso della perseveranza e della responsabilità personale.
L’attualità offre numerosi esempi di questa tendenza. Molti giovani si confrontano quotidianamente con modelli di successo rapido diffusi sul web, dove sembra che fama e ricchezza possano arrivare senza particolare impegno. In realtà, dietro ogni risultato duraturo esistono competenze, sacrifici e un percorso spesso lungo e complesso che raramente viene mostrato.
Per questi motivi condivido la preoccupazione espressa da Calabresi. Recuperare un significato positivo della fatica non significa esaltare la sofferenza, ma riconoscere il valore dell’impegno come strumento di crescita personale e collettiva. La fatica, se orientata verso un obiettivo significativo, può trasformarsi in un’occasione di maturazione, aiutando le persone a sviluppare resilienza, determinazione e consapevolezza delle proprie capacità.
In conclusione, la fatica non dovrebbe essere considerata un nemico da eliminare, ma una componente inevitabile e spesso preziosa dell’esperienza umana. Solo attraverso l’impegno e la perseveranza è possibile costruire risultati autentici e duraturi, capaci di dare senso ai nostri progetti e al nostro futuro.
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Vediamo una seconda proposta per svolgere la traccia sul brano di Mario Calabresi.
La fatica: una parola da riscoprire
Negli ultimi anni la società occidentale sembra aver sviluppato un rapporto sempre più complesso con il concetto di fatica. Come osserva Mario Calabresi nel brano proposto e nelle riflessioni che accompagnano il suo libro Alzarsi all’alba, si è diffusa l’idea che il successo possa essere raggiunto senza sacrifici, quasi come se l’impegno rappresentasse un ostacolo anziché uno strumento di crescita. In questo contesto la parola “fatica” è progressivamente scomparsa dal linguaggio quotidiano o ha assunto esclusivamente un significato negativo.
La trasformazione culturale descritta dall’autore è evidente soprattutto nelle nuove forme di comunicazione. I social network mostrano spesso il risultato finale di un percorso, raramente il cammino necessario per raggiungerlo. L’imprenditore di successo, lo sportivo vincente o il professionista affermato appaiono come figure che hanno ottenuto tutto con naturalezza, mentre vengono nascosti gli anni di studio, di lavoro e di rinunce che hanno preceduto quei risultati. Si alimenta così l’illusione che esistano scorciatoie per arrivare ovunque.
La realtà, tuttavia, racconta una storia diversa. Ogni conquista significativa richiede tempo, costanza e capacità di affrontare difficoltà. Questo vale nello studio, nel lavoro, nello sport e persino nelle relazioni umane. La fatica non rappresenta soltanto uno sforzo fisico o mentale, ma è il processo attraverso il quale si costruiscono competenze, esperienza e maturità. Senza di essa non sarebbe possibile sviluppare resilienza né imparare a superare gli ostacoli inevitabili della vita.
Particolarmente significativa è la testimonianza riportata da Calabresi della nuotatrice Veronica, che nonostante l’amputazione di entrambi i piedi affronta ogni giorno allenamenti durissimi e arriva ad affermare che «la fatica la devi adorare». Questa frase appare sorprendente proprio perché contrasta con la mentalità dominante. Veronica non considera la fatica una punizione o una condanna, ma una compagna di viaggio indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Le sue parole mostrano come il valore dello sforzo non dipenda dalle condizioni esterne, ma dall’atteggiamento con cui viene affrontato.
Anche l’attualità offre numerosi esempi di persone che hanno raggiunto traguardi straordinari grazie alla perseveranza. Dagli atleti che si preparano per le Olimpiadi ai ricercatori impegnati nello sviluppo di nuove cure mediche, ogni progresso nasce da un lungo percorso fatto di tentativi, errori e sacrifici. Lo stesso vale per milioni di lavoratori che ogni giorno si alzano all’alba per garantire il funzionamento della società. Spesso il loro contributo passa inosservato, ma rappresenta la dimostrazione concreta che il mondo continua a essere costruito attraverso l’impegno quotidiano.
Naturalmente il riconoscimento del valore della fatica non significa esaltare condizioni di lavoro difficili o negare l’importanza del benessere personale. È giusto che la tecnologia e il progresso migliorino la qualità della vita e riducano le sofferenze inutili. Tuttavia esiste una differenza fondamentale tra eliminare le difficoltà evitabili e credere che ogni risultato possa essere ottenuto senza alcuno sforzo. Questa seconda convinzione rischia di generare frustrazione e disillusione quando la realtà si dimostra diversa dalle aspettative.
Per questo motivo la riflessione di Calabresi appare particolarmente importante. Recuperare una visione positiva della fatica significa restituire dignità all’impegno e riconoscere il valore di tutte quelle persone che ogni giorno affrontano responsabilità, sacrifici e difficoltà senza clamore. La fatica non è il contrario della felicità: spesso ne rappresenta il presupposto. È attraverso l’impegno costante che si costruiscono risultati autentici e duraturi.
La società contemporanea avrebbe bisogno di recuperare il significato originario della parola “fatica”, non come simbolo di sofferenza ma come espressione di determinazione, coraggio e crescita personale. Solo comprendendo il valore dello sforzo sarà possibile formare cittadini capaci di affrontare le sfide del futuro con consapevolezza e responsabilità.