Lavoro nero, per la Cgil deve diventare reato

agricoltura

Pene molto più severe, fino al carcere, per gli imprenditori che sfruttano il lavoro in nero. A chiederlo è la Cgil. “Si stima che l’apporto del lavoro sommerso al Pil italiano sia oltre il 17% – afferma il sindacato – contro una media dei paesi avanzati dell’Europa a 15 del 4%. L’agricoltura e l’edilizia, insieme al settore dei servizi sono i più colpiti dalla presenza di lavoro nero e grigio, di evasione ed elusione fiscale e contributiva e, non a caso, di una maggiore incidenza di infortuni gravi e mortali”.

Secondo la Cgil, il problema del caporalato non è connotato geograficamente: riguarda il Sud, così come il Centro e il Nord. “A distanza di un anno dalla clamorosa rivolta di Rosarno – spiega la Cgil – siamo costretti a constatare che non è servita a modificare lo stato delle cose e che in Italia si continua a sfruttare quanto e come prima. Oggi come ieri, infatti, le aziende si servono di lavoro nero durante la raccolta del pomodoro nella Capitanata e in Basilicata, nelle grandi campagne orto-frutticole a Villa Literno, Castel Volturno e nella Piana del Sele, nell’agro-pontino, nella raccolta delle patate a Cassibile, ma anche nel profondo nord, nelle aziende della macellazione del modenese, nei campi di meloni nel mantovano, nelle aziende cooperative di Cesena, nei meleti in Trentino”.

Secondo il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, non c’è bisogno di inasprire le pene. Quelle esistenti, spiega l’esponente del governo, sono già severe e possono comportare anche la pena detentiva: occorre applicarle.

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