Accordo per il credito Pmi: i numeri del 2014

La situazione del settore creditizio va piano piano verso una normalizzazione, anche grazie al cambiamento di rotta adottato da numerose banche che hanno leggermente riaperto le proprie casse, senza fossilizzarsi sul problema delle numerosissime sofferenze bancarie.

Dal lato dei finanziamenti a privati continuano a prevalere soprattutto la cessione quinto, seguita dai mutui di ristrutturazione, mentre per quanto riguarda le pmi, predominano le richieste di finanziamenti per affrontare gli squilibri finanziari, sempre più accentuati in un periodo di crisi, nonostante si intravveda, anche in questo ambito, qualche debole schiarita.

E proprio per non causare una situazione di attrito, atta a bloccare la possibile e sperata ripresa, l’associazione bancaria ha annunciato il prolungamento dell’accordo in base al quale le banche aderenti accettano le domande di sospensione del pagamento delle rate da parte delle imprese di piccole e medie dimensioni, ed in molto casi anche micro imprese, per evitare di alimentare il numero già troppo alto di aziende morose.

L’Abi ha anche prodotto i numeri di questo accordo, che ha dato sollievo ad oltre 40 mila domande di sospensione od allungamento dei finanziamenti, presentate in circa un anno (da ottobre del 2013), per un contro valore di oltre 13,5 miliardi di euro. La parte più consistente delle richieste ha puntato alla sospensione vera e propria del pagamento delle rate, mentre poco più di 5 mila domande hanno trovato la soluzione dell’allungamento dei piani di rimborso (per un valore di poco superiore ai 1,2 miliardi di euro).

Secondo il bollettino dell’Abi i settori più colpiti dalle difficoltà sono quelli del commercio e quello alberghiero, che insieme hanno toccato poco più del 27% delle domande di sospensione e allungamento. A seguire c’è stato il settore dell’edilizia che ha di poco mancato la quota del 19%, e quindi quello dell’industria, con un 15,4%. Seguono il settore dell’artigianato con quasi l’8%, quindi quello dell’agricoltura con poco meno del 6% e per finire tutti gli altri settori, soprattutto distribuiti nella grande famiglia dei servizi e del terziario.

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