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La vera storia di Francesca Cabrini raccontata nel film ispirato alla sua vita

La vera storia di Francesca Cabrini raccontata nel film che vedremo questa sera su Canale 5

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Francesca Cabrini (titolo internazionale Cabrini) è il biopic del 2024 diretto da Alejandro Monteverde che porta sullo schermo una figura poco “cinematografata” ma enorme per impatto storico: Madre Francesca Saverio Cabrini, missionaria italiana che riuscì a imporsi in un’America attraversata da pregiudizi, burocrazia e una povertà urbana spietata. Il film sceglie un taglio dichiaratamente narrativo e popolare: non è un ritratto museale, ma una storia di lotta concreta, fatta di porte chiuse in faccia e di soluzioni trovate con ostinazione, intelligenza pratica e una visione che non arretra.

Ambientato soprattutto nella New York di fine Ottocento, il racconto mette al centro l’urto tra l’urgenza di aiutare gli ultimi (in particolare gli immigrati italiani, spesso relegati ai margini) e un sistema che tende a scoraggiare chi non ha potere, denaro o “titoli” per farsi ascoltare. Monteverde insiste su due assi tematici che reggono la trama: da un lato il sessismo che cerca di confinare Cabrini in un ruolo subordinato “perché donna e suora”, dall’altro l’ostilità anti-italiana che attraversa istituzioni e strada, e che rende ancora più difficile costruire opere di assistenza per una comunità povera e stigmatizzata.

Francesca Cabrini: la trama del film

La trama segue Francesca Cabrini interpretata da Cristiana Dell’Anna, mostrando la sua determinazione nel trasformare un’idea di carità in qualcosa di tangibile: case per i bambini, strutture di accoglienza, cure per i malati, istruzione come via di riscatto. Il film la ritrae mentre negozia, insiste, raccoglie fondi, cerca alleati e – quando serve – sfida apertamente chi la ostacola, compresi alcuni rappresentanti dell’autorità religiosa locale, più preoccupati dell’ordine e dell’immagine che dell’emergenza umanitaria quotidiana.

La narrazione, pur restando nel perimetro biografico, ha un passo da “dramma di resistenza”: l’eroismo non è spettacolare, ma fatto di scelte ripetute, logoranti, spesso solitarie. Attorno a lei ruotano figure che incarnano i vari volti del potere e della città: dall’arcivescovo Corrigan (David Morse) ai rappresentanti civili, fino al Papa Leone XIII (Giancarlo Giannini), con un cast che include anche John Lithgow. Sul piano produttivo e distributivo, Cabrini è un film statunitense in lingua inglese e italiana, con durata di circa 142 minuti, uscito negli Stati Uniti l’8 marzo 2024 e distribuito in Italia nell’autunno 2024.

La vera storia di Francesca Saverio Cabrini: perché è diventata la prima cittadina statunitense proclamata santa

Per capire davvero la forza del personaggio raccontato nel film bisogna tornare alla biografia reale, che è già di per sé un romanzo di volontà e organizzazione. Francesca Saverio Cabrini (Frances Xavier Cabrini) nasce in Italia e fonda nel 1880 l’Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: un ordine pensato non come rifugio spirituale “separato dal mondo”, ma come struttura attiva e mobile, capace di entrare nelle ferite sociali del tempo con scuole, assistenza e cura.

È un dettaglio decisivo, perché Francesca Cabrini vive in un’epoca in cui la povertà urbana e le migrazioni di massa ridisegnano intere città, e le comunità di immigrati – soprattutto quelle italiane – spesso non trovano protezione né servizi adeguati. La sua vocazione missionaria inizialmente guarda altrove (si parla spesso del desiderio di partire per l’Oriente), ma l’orientamento cambia quando da Roma arriva l’indicazione di rivolgersi “a Ovest”, verso gli italiani in America: la destinazione diventa New York, dove Cabrini approda con le sue consorelle e dove inizia la parte più nota (e più dura) della sua opera.

L’America che incontra non è il “sogno” promesso ai migranti: è una metropoli dove l’anti-italianismo è diffuso e dove gli ultimi vivono ammassati, malnutriti, spesso senza accesso a cure e istruzione. Francesca Cabrini però possiede una caratteristica rara: unisce la spiritualità a una competenza organizzativa quasi imprenditoriale. Non si limita a chiedere aiuto; costruisce reti, raccoglie fondi, acquista immobili, apre istituzioni e le rende sostenibili.

Nel corso della sua vita arriverà a fondare un numero impressionante di opere: scuole, orfanotrofi, ospedali e servizi sociali tra Italia, Stati Uniti e altri Paesi, fino a contare decine e decine di istituzioni. È qui che la sua figura diventa anche simbolica: una donna minuta e apparentemente fragile che riesce a imporre la propria visione in un mondo guidato da uomini, e lo fa non con la retorica, ma con risultati misurabili. Dopo anni di lavoro negli Stati Uniti, ottiene la cittadinanza statunitense (1909), un passaggio che avrà un peso enorme nella percezione pubblica della sua eredità.

Francesca Cabrini muore nel 1917, ma la sua storia non si chiude lì: la fama di santità cresce, si diffondono racconti di grazie e guarigioni attribuite alla sua intercessione e parte l’iter ecclesiastico che porterà prima alla beatificazione e poi alla canonizzazione. Il dato che spesso viene ricordato (ed è quello richiamato anche nella presentazione del film) è che nel 1946 viene proclamata santa come prima cittadina statunitense canonizzata: non era nata negli Stati Uniti, ma la sua cittadinanza americana le vale questo primato, che la rende una figura-ponte tra due mondi, Italia e America, radici e approdo.

Un’immagine di Francesca Cabrini

Successivamente viene anche indicata come patrona degli immigrati, riconoscendo formalmente ciò che, in pratica, aveva incarnato per tutta la vita: l’idea che chi arriva da lontano non debba essere lasciato solo, e che la dignità passi da cose molto concrete—un letto, una cura, una scuola, una comunità che non ti respinge.

Se si guarda alla sua vicenda senza filtri agiografici, emerge un profilo sorprendentemente moderno: Francesca Cabrini intuisce che la carità, per reggere, deve diventare sistema; che non basta l’emozione del momento, ma servono strutture, contabilità, alleanze, gestione del personale, dialogo (e conflitto) con le istituzioni. È anche per questo che oggi la sua storia continua a funzionare, e il film di Monteverde la intercetta nel punto più narrativo possibile: il confronto diretto con un ambiente ostile e la scelta di non arretrare di un millimetro, trasformando l’opposizione in un motore.

Possiamo dunque dire che, Francesca Cabrini non racconta soltanto una “santa”, ma una leadership atipica: una donna che, partendo da una missione religiosa, finisce per incidere sul tessuto sociale di un Paese intero, lasciando un’eredità che sopravvive nelle opere e nelle congregazioni nate dal suo progetto originario.

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