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Perchè Barbie non è un film per bambini

Barbie potrebbe sembrare un film per bambini ma in realtà non lo è e sarà di difficile comprensione anche per molti adulti

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Quando Barbie è arrivato al cinema, molti l’hanno archiviato troppo in fretta come “il film rosa con la bambola famosa”. Poi, però, sono arrivati i numeri: incassi giganteschi, sale piene, pubblico travestito, dibattiti ovunque. E soprattutto una sorpresa per chi si aspettava una favola per bambini: Barbie è, prima di tutto, una commedia satirica e meta-cinematografica che parla agli adulti. Lo fa con un linguaggio pop, colori sgargianti e gag, ma al centro mette questioni molto concrete: identità, aspettative sociali, femminismo, patriarcato, potere, lavoro emotivo, frustrazioni quotidiane e persino il “peso” di essere percepite come simboli.

Per Barbie un record di incassi (e di “fenomeno culturale”)

Dal punto di vista commerciale, Barbie è stato un caso di studio. Ha chiuso il suo percorso in sala con un totale mondiale attorno a 1,447 miliardi di dollari, diventando il film con il maggiore incasso globale del 2023. Questo risultato non è soltanto “tanto”: è anche la prova che un film può trasformarsi in evento collettivo, trascinando persone che magari non andavano al cinema da mesi. Anche il gradimento critico è stato molto alto: su Rotten Tomatoes il film risulta con un’ampia maggioranza di recensioni positive, mentre su Metacritic ha ottenuto 80/100 (dato riportato in numerose sintesi critiche).

Insomma: non solo hype, ma una risposta reale da parte di critica e pubblico.

Perché Barbie non è un film per bambini (anche se potrebbe sembrare)

Sì, è pieno di colori, canzoni, coreografie, case da sogno e auto improbabili. Ma il cuore del film è un altro. Barbie mette in scena:

  • crisi esistenziali (“chi sono, oltre a ciò che rappresento?”)
  • satira sociale (su lavoro, potere, marketing, ruoli di genere)
  • temi adulti (pressioni sul corpo, giudizio, ansia da prestazione, insicurezza, desiderio di controllo)
  • un umorismo spesso metatestuale (il film commenta sé stesso e l’idea di Barbie come prodotto culturale)

È assolutamente fruibile anche da un pubblico giovane, ma molte battute e – soprattutto – molti significati sono costruiti per essere colti pienamente dagli adulti.

Trama di Barbie (capitolo con spoiler leggeri)

Barbie vive a Barbieland, un mondo perfetto e iper-colorato dove ogni Barbie è “realizzata” (presidente, medico, giudice, astronauta) e dove Ken… esiste soprattutto in funzione di Barbie. Tutto è coreografia, sorriso, routine impeccabile. Finché qualcosa si incrina: Barbie inizia a provare pensieri “incompatibili” con la perfezione, come l’ansia, il dubbio, l’idea della morte.

Per capire cosa le sta succedendo, Barbie deve attraversare un confine: andare nel mondo reale e trovare la persona che, in qualche modo, sta influenzando la sua “narrazione”. Ken la segue. Ed è qui che il film accelera: lo scontro tra due mondi fa emergere i temi centrali. Barbie scopre che nel mondo reale la percezione di Barbie è complessa (non solo “sogno”, anche pressione e stereotipo), mentre Ken resta folgorato dall’idea di patriarcato come scorciatoia verso un’identità forte e riconosciuta.

Il viaggio diventa una ricerca: chi decide cosa significa essere donna? E cosa significa essere “Ken”, quando non hai un posto che non sia di riflesso?

Femminismo e patriarcato: le parole chiave del film

Proviamo quindi a capire quali sono i messaggi che il film Barbie vuole lanciare.

Che cos’è il femminismo (in modo semplice, ma corretto)

Il femminismo non è “odio verso gli uomini”, e il film lo suggerisce chiaramente: è un insieme di movimenti e idee che mirano alla parità reale tra persone, smontando discriminazioni e gerarchie basate sul genere. Il femminismo, qui, diventa una lente per leggere le contraddizioni: cosa significa essere donna quando le aspettative sono ovunque e spesso incompatibili?

Che cos’è il patriarcato

Il patriarcato, nel senso sociologico, è un sistema culturale e storico in cui il potere (economico, politico, simbolico) è stato prevalentemente in mano agli uomini e in cui i ruoli di genere diventano “norme”: chi guida, chi decide, chi cura, chi deve piacere, chi deve essere forte.

Il film fa una scelta intelligente: non spiega il patriarcato con una lezione frontale, ma lo mostra come un meccanismo che cambia forma a seconda dell’ambiente. In Barbieland il potere è ribaltato; nel mondo reale è l’opposto. E in entrambi i casi emergono problemi.

Il messaggio principale di Barbie: identità, ruoli e libertà (anche per gli uomini)

Uno dei meriti del film è che non si limita a dire “donne contro uomini”. Piuttosto, suggerisce che:

  • le donne vengono spesso schiacciate da richieste contraddittorie (“sii perfetta, ma naturale; ambiziosa, ma non troppo; sicura, ma non arrogante”)
  • gli uomini possono diventare prigionieri di un’idea rigida di mascolinità (status, dominio, approvazione, competizione)
  • la liberazione passa dal riconoscere che nessuno dovrebbe essere ridotto a “ruolo”

In altre parole: la critica non è alla persona singola, ma al sistema di aspettative che “educa” tutti, anche quando non ce ne accorgiamo.

Il finale di Barbie: scegliere di essere imperfetti

Nel finale del film, Barbie abbandona definitivamente l’idea di una soluzione semplice o rassicurante. Dopo aver attraversato il caos generato dal ribaltamento dei ruoli a Barbieland e aver visto le conseguenze di un potere esercitato in modo speculare e poco consapevole, la protagonista arriva a una comprensione più profonda di sé. Barbie capisce che il problema non è scegliere tra perfezione e fallimento, tra dominio e sottomissione, ma accettare la complessità dell’esperienza umana. Essere vivi significa provare emozioni contrastanti, avere paura, invecchiare, cambiare idea, non essere sempre all’altezza delle aspettative.

La decisione finale di Barbie non è un atto di ribellione rumoroso, ma una scelta intima e radicale: rinunciare al ruolo di simbolo immutabile per abbracciare la libertà di diventare una persona reale, con un corpo, una storia e un futuro aperto. Parallelamente, anche Ken affronta la sua resa dei conti. Dopo aver confuso il patriarcato con l’autostima e il riconoscimento, si rende conto che costruire la propria identità sul potere e sull’approvazione altrui non porta equilibrio, ma vuoto. Il film non gli offre una redenzione immediata, bensì una possibilità: iniziare a cercare sé stesso al di là dello sguardo di Barbie.

Il finale, dunque, non chiude tutte le ferite né promette un mondo perfetto. Al contrario, suggerisce che la vera emancipazione – per le donne come per gli uomini – passa dall’accettazione dell’imperfezione e dalla libertà di definirsi fuori dai ruoli imposti.

Il cast di Barbie: interpretazioni che danno profondità al messaggio

Gran parte della forza del film risiede nel suo cast, capace di sostenere un equilibrio delicato tra ironia, emozione e riflessione sociale. Margot Robbie offre una Barbie che va ben oltre l’icona patinata: la sua interpretazione parte da una perfezione quasi artificiale e, scena dopo scena, lascia emergere fragilità, smarrimento e umanità. Robbie riesce a rendere credibile la trasformazione del personaggio senza mai tradire il tono leggero del film, facendo convivere commedia e introspezione.

Accanto a lei, Ryan Gosling sorprende con un Ken apparentemente caricaturale, ma in realtà centrale per la lettura tematica dell’opera. Il suo Ken è comico, esagerato, spesso irresistibile, ma è anche il veicolo attraverso cui il film riflette sulla costruzione dell’identità maschile e sul fascino ingannevole del potere. Gosling riesce a far ridere e, allo stesso tempo, a suggerire una malinconia di fondo che rende il personaggio più complesso di quanto sembri.

Un ruolo chiave è quello di America Ferrera, che porta nel film una voce profondamente ancorata al mondo reale. Il suo personaggio diventa il ponte emotivo tra Barbieland e la quotidianità, dando forma a frustrazioni, aspettative e contraddizioni che molte spettatrici riconoscono come proprie. A tenere insieme tutto c’è la visione di Greta Gerwig, che guida il cast con una regia capace di mescolare leggerezza pop e consapevolezza autoriale. Il risultato è un ensemble che non si limita a “interpretare” una storia, ma contribuisce in modo decisivo a trasformare Barbie in un racconto stratificato, capace di intrattenere e far riflettere allo stesso tempo.

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