Bullismo, non è giustificato da traumi familiari

È di questi ultimi giorni di  febbraio la notizia che la Cassazione ha deciso di non giustificare il bullismo quale azione-reazione scaturente da una situazione familiare disagiata. Il trauma della separazione familiare non ammette l’atto vandalico posto in essere a seguito del disagio psicologico di cui il soggetto che lo ha commesso soffre.

Il caso riguarda un ragazzo piemontese che dopo aver danneggiato la carrozzeria di una macchina ha minacciato la proprietaria per evitare la denuncia. Una decisione discutibile se si pensa che il fenomeno del bullismo in particolare e, quello del disagio adolescenziale in generale, sono al centro di ogni dibattito di studiosi e operatori nel campo minorile. Tutto quanto ruota intorno al minore necessita di un approccio delicato e meticoloso allo stesso tempo, proprio perché il vissuto interiore dell’adolescente problematico è esso stesso complicato e ricco di contraddizioni. La maggior parte delle teorie sulla devianza minorile partono da un unico assioma: il minore pone in essere determinati atti in risposta a una mancanza di norme e valori che non sono stati interiorizzati o quantomeno interiorizzati erroneamente per via di forti disequilibri familiari. L’atto vandalico, il riunirsi in bande delinquenziali, il commettere anche piccoli furti possono essere definiti “crimini-sintomo” di un disagio ben più grave del gesto commesso. L’atto deviante diviene una richiesta estrema di aiuto attraverso la quale il minore vuole mettersi al centro dell’attenzione dell’adulto che quasi sempre rimane indifferente ai sentimenti feriti del bambino perché troppo impegnato a dover far fronte alle sue problematiche. Se è pur vero che ogni gesto contrario alle norme vigenti va punito anche e soprattutto se a commetterlo è un minore al fine di dare alla punizione un valore esemplare e di evitare la recidiva, d’altro canto occorre riflettere sempre sulla effettiva motivazione che si cela dietro una azione così espressiva e foriera di problematiche irrisolte.

Giselda Cianciola

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