Brindisi: ennesimo scempio, fanghi tossici interrati negli orti

Dopo il “terremoto” abbattutosi sulla “Terra dei fuochi” non può che destare sconcerto il risultato della maxioperazione relativa ai fanghi tossici interrati illegalmente nelle campagne del brindisino.

Nel mirino della Procura di Brindisi sono finiti imprenditori, autotrasportatori e proprietari terrieri. Ben quattro società sono state interdette e sequestrate per aver interrato nei terreni delle campagne 13 mila tonnellate di fanghi provenienti dal porto di Taranto e dalle industrie circostanti.

Il gip Maurizio Saso, dopo aver accolto le richieste del pm Giuseppe de Nozza, ha ordinato il sequestro preventivo di un impianto di Mesagne, che contava numerosi automezzi e semirimorchi appartenenti a quattro ditte di trasporto. Dell’accusa di gestione illecita di rifiuti ed esercizio di discarica abusivo dovranno rispondere, oltre al conducente colto sul fatto (Anthony Gatti) anche i proprietari dei terreni Francesco e Massimiliano Vinci, Fabrizio Distante e gli imprenditori Vincenzo Montanaro, Maurizio e Gianfranco Carlucci e Salvatore Del Prete.

L’inchiesta è partita nell’aprile del 2013. Una segnalazione anonima di un cittadino ha permesso di ricondurre quei fanghi al drenaggio del porto di Taranto. I rifiuti, rimasti per sette anni in tre vasche nell’area ex Belleli, sono poi (marzo 2012) stati recuperati come materia prima secondaria, destinata al ricolmamento in aree ad uso industriale con falda acquifera salinizzata. Il problema nasce dal fatto che in realtà, a Brindisi, quei fanghi siano finiti negli orti, assieme a scarti edili, materiale ferroso, bitume e plastiche. Giuseppe Genon, docente del Politecnico di Torino, nominato dalla procura consulente tecnico, ha confermato: “Vi è più di un ragionevole motivo per ritenere che lì i fanghi di dragaggio siano stati miscelati con altri rifiuti speciali pericolosi e non di altra provenienza”.

Le parole del gip sono eloquenti: “Sono persone senza scrupoli di nessun genere, pronti, pur di lucrare profitto a sacrificare ciò che per nessuna ragione dovrebbe essere sacrificato. È impensabile il livello di insensibilità dimostrato nei confronti di beni e interessi di rilevanza collettiva, quali l’ambiente, la salute e la tutela dell’identità paesaggistica di luoghi di inestimabile pregio quali le campagne coltivate ad uliveto”. Tutto questo avviene a pochi chilometri di distanza dall’Ilva di Taranto.

Mercurio, idrocarburi, fenoli, benzo(a)pirene, benzo(a)antracene, livelli di piombo e cromo nettamente superiori ai limiti di legge, tutto questo è stato rinvenuto nelle zone colpite dall’ennesimo scempio, e ancora una volta, giustificatamente, si manifesta il terrore di aver potuto consumare prodotti potenzialmente contaminati e quindi cancerogeni. Ci si chiede quale impatto possano avere quelle produzioni su un territorio già martoriato, portato allo stremo dai fumi dell’Ilva e intossicato dalla discarica (quella di Autigno) che accoglie i rifiuti di venti comuni limitrofi.

Speriamo che almeno in questo caso, possa essere fatta giustizia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.