La lettera di Laura per Erika morta dopo esser stata travolta in Piazza San Carlo


Erika Pioletti aveva solo 38 anni. Aveva deciso di trascorrere una serata in compagnia del suo fidanzato, lei a quanto pare neppure era interessata al calcio. Ma lo aveva accompagnato perchè per lui la finale di Champions con la sua Juventus poteva essere un sogno da realizzare, poteva essere la coppa vinta, una serata magica. Quella serata si è tramutata in un vero incubo: non si sa ancora cosa sia successo in Piazza San Carlo a Torino ma una cosa è certa, Erika purtroppo ha perso la vita, la sua famiglia è distrutta dal dolore come quella del suo fidanzato. Oggi per Erika sono arrivati tanti messaggi di affetto da persone che non l’hanno mai neppure conosciuta, persone che si sono immedesimate e che hanno anche solo provato per un attimo a capire cosa abbia passato. Erika travolta e uccisa dalla folla, da altri tifosi che erano in piazza insieme a lei, senza un perchè. Tra le persone in piazza c’era anche Laura, un’altra donna che come Erika accompagnava il suo fidanzato. Laura è salva ma è devastata per quello che è accaduto e ha voluto scrivere una lettera per ricordare la tragedia di Torino. L’ha mandata a Selvaggia Lucarelli con la speranza che più gente possibile potesse leggerla per capire cosa hanno provato tante delle persone presenti in quella piazza.

Nell’ultima puntata de La vita in diretta in onda oggi su Rai1, Maro Liorni ha presentato un servizio e la lettera scritta da una donna che non conosce Erika, non sapeva chi fosse ma ha vissuto un dramma simile al suo.

Ecco il testo della lettera:

Le persone muoiono nei modi più disparati. Malattie, incidenti.
Eppure sono sempre realtà aliene, sfighe altrui, un brivido lungo la schiena e un lampo che ti attraversa la mente “sono fortunata”.
Stavolta è diverso.
Anche stavolta è toccato a qualcun altro, ma in un modo così randomico che il brivido non basta.
In quella piazza eravamo decine di migliaia, e, come Erika, eravamo in tante ad aver fatto un gesto d’amore e sopportato caldo, ressa e sudore solo per far vivere ai nostri fidanzati una serata magica, nel bene o nel male.
Era una festa.
Era l’unico modo, pensavamo, per affrontare serenamente anche una sconfitta.
Almeno si potrà consolare con altri come lui, che lo capiscono, invece di rompere a me con fuorigioco, azioni sospette, scelte tecniche sbagliate. “Ma cosa vuoi da me, io non so cosa dirti, è solo una partita, parlane con i tuoi amici tifosi.”
Forse, Erika, eri la bionda dietro di me che ha messo la maglietta di Amauri perché “il mio ragazzo dice che porta fortuna”.
O forse eri la ragazza che ha cucinato i maccheroni col pomodoro, ha portato parmigiano e piatti di carta per mangiare in piazza, con fidanzato e amici, seduti in cerchio per terra. “È tradizione!”. Mi hai detto di fronte al mio sguardo stupito e divertito.
Mi hai strappato un sorriso, quel maledetto giorno.

Non so chi fossi, Erika.
Ma so che eri come me.
Una giovane donna. Magari avevi appena comprato casa anche tu. Magari pensavi a un bimbo col tuo fidanzato juventino, tra una lettura di gazzetta e uno sproloquio contro l’Inter.
Chissà che lavoro facevi, dove ti piaceva andare il sabato sera.

Tu eri me. E io sono te, potevo essere te.
Quella maledetta sera una mano invisibile ha fatto una conta beffarda.
Per la prima volta, la morte ha preso una persona a caso in una situazione in cui sarei potuta essere, benissimo, anche io.
E piango, piango per te perché non è giusto, è assurdo, nessuno pagherà.
Piango per i tuoi genitori, chissà quanto sono stati in pensiero quando hai detto loro che avresti visto la partita in piazza.
“Di questi tempi.. Non puoi evitare?”. Quante volte me l’ha detto mia mamma.
Piango per il tuo ragazzo. Il mio ha i sensi di colpa da quel giorno, solo per lo shock che ho vissuto “a causa sua”.
Ma non è causa sua, non è colpa vostra, le colpe sono tante ma non di chi voleva solo passare una serata diversa, potenzialmente bellissima.
E piango per me. Perché una storia così assurda non si può metabolizzare.
Io che ero patita di concerti, una da front row, ora sono terrorizzata dalla folla.
Perché in quei 20 minuti di follia in cui correvo senza scarpe, sui vetri, sporca di sangue non mio, la gente intorno a me che urlava “sparano, sparano”, ero sicura che sarei morta. Ero lucida, ma atterrita. Pensavo solo a mia mamma, che dolore le avrei dato.

È così che succede, ho pensato.
No, non è così che succede, non tu, Laura. Ma è così che è successo per te, Erika.

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