Clizia Fornasier ci racconta il suo impegno contro la violenza sulle donne

Quando pensiamo a Clizia Fornasier pensiamo a una donna di spettacolo, alla sua carriera ma sappiamo poco della sua passione per la scrittura. Per Clizia invece le parole, a quanto pare, sono un modo fondamentale per esprimere quello che sente dentro. Impossibile quindi per l’attrice e scrittrice non accettare la proposta di scrivere qualcosa di così importante partecipando a un progetto contro la violenza sulle donne. Clizia Fornasier è da tempo in prima linea e ci ha spiegato che cosa pensa si potrebbe fare per provare a cambiare le cose nel nostro paese.

Sei autriciGiulia Muscatelli, Marzia Sicignano, Cristina Caboni, Cristina Chiperi, Giada Sundas e Clizia Fornasier, hanno scritto racconti inediti su sei diversi tipi di violenza – fisica, sessuale, economica, psicologica, porn e stalking – oggi raccolti nel libro digitale che ha visto la luce lunedì 8 marzo 2021, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Di “Violenza Fisica” ha scritto Clizia Fornasier, raccontando la storia di una donna e madre, vessata da un figlio che non le risparmia aggressioni, reclusione e violenza domestica ripetuta. Parliamo di “Scrivo per un’Amica”, e-book a cura della Fondazione Vodafone Italia, in prima linea per la lotta contro la violenza di genere.

Clizia Fornasier e il suo impegno contro la violenza sulle donne: l’intervista di UNF

In Italia , come anche nel mondo, ogni giorno leggiamo storie di donne che vengono uccise dalle persone che dicevano di amarle. Storie di amori malati, amori tossici. Spesso però leggiamo anche di denunce fatte, di richieste di aiuto inascoltate. Se ne parla tanto ma si agisce poco forse. Dove sta secondo te il problema?

Sul fatto che invece di allargare le braccia per accogliere, prima facciamo domande e queste domande fanno perdere tempo, fanno credere al predatore di poter guadagnare un metro in più e di non aver fatto ancora niente di abbastanza grave da meritare un intervento tempestivo.

Quando scegli di raccontare una storia di violenza di genere, cerchi probabilmente il più possibile di entrare in quella vicenda e provi anche solo a immaginare quello che la donna ha provato.
Come si convive con questa cosa?

Con la violenza si convive perché è come un’infezione che nasce da un rossore, da un prurito, da un dubbio, da un disagio. Si fa largo piano piano nella carne e all’inizio è talmente sfuocata che si ha paura di sbagliare a etichettarla e allora si aspetta e mentre si aspetta l’infezione cresce. Quando una persona comprende di subire violenza senza esitazioni, spesso è tardi per non sentirsi complice di quella dinamica. Chi subisce teme il giudizio esterno, le domande sul perché non ha parlato subito, sui come e sui perché anche perché spesso non li conosce. Quello che crede le resti di fare è cercare di mantenere quella situazione il meno possibile perniciosa, una continua recita di sottomissione e accettazione. Nel frattempo l’infezione non guarisce ma si espande e mangia il corpo che la subisce. Qualcuna comincia a pensare che farla finita possa essere una buona alternativa alla paura e da quel momento, un pezzetto di quella donna è già morto.

Dicevamo prima che si sente parlare sui social, in radio, in tv, ovunque di storie di violenza contro le donne ma il numero di donne che continuano a morire è ancora troppo grande. Nonostante se ne parli così tanto, ci sono ancora tante donne che dopo il primo schiaffo, dopo le aggressioni verbali, continuano a restare con quella persona che fa loro del male.

Stiamo sbagliando qualcosa nell’informazione?

Penso i mezzi d’informazione stiano facendo del loro meglio. Non mancano gli strumenti per riconoscere la propria condizione, i mezzi più discreti per chiedere aiuto. Forse si potrebbe iniziare a parlare del numero degli uomini violenti anziché di quello delle cosiddette vittime, mettere un focus su di loro che restano ancora troppo nell’ombra delle loro azioni delittuose. Sarebbe interessante capire l’effetto di sentirsi responsabili di quel grosso numero di mostri, anziché svanire dietro a quello di chi viene oppresso.

Quanto sarebbe importante parlare di questo anche nelle scuole, educare ragazzi e ragazze all’amore? Sempre che possa essere possibile, certo. Forse potremmo iniziare con il rispetto…

Il rispetto. Che grande verità, dice. Penso sia il principio cardine di tutto. In seconda battuta, parlando di giovanissimi, io userei anche un’altra parola: modelli. Modelli di emulazione. Il rispetto si apprende attraverso l’emulazione dei modelli che si incontrano. In famiglia, in prima battuta e poi
a scuola. Se a scuola ci fossero degli insegnanti che hanno abbastanza a cuore i proprio ragazzi, penso inserire l’amore tra le materie didattiche, sarebbe una conquista clamorosa. Un’avanguardia. Se ce ne fosse la possibilità e ne avessi delle competenze riconosciute, mi renderei disponibile anch’io per sensibilizzare i ragazzi sui sentimenti e l’empatia. Siamo nell’epoca della fuggevolezza e dello switch, del ritornello che nella canzone deve arrivare dopo venti secondi o già si passa al pezzo successivo, non c’è tempo per dedicarci a nessuno e a niente e così stiamo perdendo anche le parole per raccontare come ci sentiamo, cosa proviamo e dove non arrivano le parole, nonostante la complessità degli istinti, arrivano le mani e l’inquietudine.

foto c.fornasier / ph maria la torre

Perché non si riesce a distinguere tra amore e possesso?

Amore non è qualcuno o qualcosa ma un modo di sentirci. Qui secondo me nasce l’inganno. Confondiamo l’emozione con l’oggetto che la genera in noi. Non ci sentiamo disposti a mollare quello che ci piace e ci fa sentire bene tanto facilmente. Inoltre penso che spesso tanti adulti non abbiano maturato una parte preziosa di se stessi che è quello dell’amor proprio. Amarsi e bastare a se stessi non lascia dentro quel vuoto ingordo che non aspetta altro che di essere riempito, completato con qualcosa o meglio con qualcuno che non avrà mai la forma giusta e che non la assumerà mai, neanche se i margini dovessero essere presi a botte per cambiare.

Ti è capitato di ascoltare il podcast in cui Selvaggia Lucarelli racconta della sua esperienza personale? Doveva essere una occasione per discutere sul tema invece per molti è stata occasione per insultarla. Perché succede tutto questo nel nostro paese?

No, non mi è capitato. Questa domanda potrebbe portare a tanti spunto di riflessione. Quello che accade a Selvaggia Lucarelli è, in modo esasperato, quello che accade a ogni donna che si espone col proprio piccolo bagaglio personale. Viene giudicata, quindi fin qui, ahimè, niente di nuovo. C’è da domandare a se stessi perché ci viene di farlo o al contrario perché noi, io, non lo faccio e non ne sento l’impulso. Voglio affidarmi a una verità che dice che generalmente non esiste la gente cattiva ma solo la gente infelice. Internet e i social sono ormai le nostre piazze, i nostri parchi, il bar sotto casa, i muretti sopra ai quali ci si sedeva per chiacchierare. Sono il nostro mondo. Ma lì gli alberi non respirano, le cose non odorano, la gente è più bella che mai e capace di ostentare ricchezza, saggezza e appagamento. Non c’è modo di scorgerne ombre di malumore o rughe sul viso. Quello che vediamo ci spinge a desiderare di essere altrettanto meravigliosi e quando la realtà delle nostre stanze ci sbatte in faccia che non si può, con quella perfezione iniziamo a non andare più d’accordo e l’unico modo per dirlo e odiandola, denigrandola, sputandoci sopra. Si sputa sulle aspettative altissime che ci stanno insegnando ad avere, togliendoci il tempo per investire su noi stessi e evolvere davvero. L’antidoto e la misura.

Tu racconti con Violenza Fisica la storia di una madre che subisce violenze da parte di suo figlio. Come si può trovare il coraggio di dire basta, denunciando la persona che hai messo al mondo?

Facendolo il nome delle donne che verranno dopo di te e facendo la madre fino alla fine, ovvero prendendosi tutte le responsabilità di chi si è generato, anche le meno semplici. Sono cresciuta vedendo sul comodino di mia madre un testo dal titolo “I no che aiutano a crescere”. Mi dissocio dal contenuto del libro perché non lo conosco ma sul titolo concordo. Per aiutare qualcuno a crescere, servono anche i no.

Le cronache ci hanno raccontato di recente la storia di un figlio che ha ucciso i suoi genitori. Una coppia che avrebbe dovuto avere assistenza, aiuto dagli esperti ma che si è ritrovata a combattere a mani nude, potremmo dire. Hai avuto modo di capire come il nostro paese aiuti i genitori in difficoltà, le madri che avrebbero bisogno di aiuto?

Non posso dire di sapere con esattezza come funziona ma credo che in tutte le situazioni la differenza venga fatta dalle persone che si incontrano, anche nelle istituzioni. Usiamo vocaboli generici per indicare sempre qualcuno di specifico. Paese, Istituzioni, Stato. Ma dentro questi concetti lavorano persone e se la persona ha un orecchio capace di leggere il pericolo prima che si manifesti in una tragedia, ecco che le istituzioni hanno fatto la differenza. La risposta per me è sempre la stessa. Davanti a una richiesta d’aiuto, la risposta deve essere immediata e risolutiva. Di fronte alla parola “aiuto” non si esita mai.

Della tua passione per la scrittura hai detto: “Quando scrivo mi sento nel mio vestito più bello e nelle mie scarpe perfette”. Ti piacerebbe fare altro, scrivere ancora, hai progetti che stai portando avanti? Ti piacerebbe magari scrivere anche la sceneggiatura di un film?

Io credo che continuerò a scrivere fino a quando la mente me lo permetterà. Ho terminato il trattamento di una sceneggiatura a gennaio e ora sono nel pieno del mio secondo romanzo che è, come il primo, la storia di una donna, anzi di una famiglia di donne. Chiunque mi abbia letto ne “E’ il suono delle onde che resta”, ha convenuto sul fatto che fosse “cinematografico”, che lo si potesse “vedere” e penso sia proprio perché quando scrivo, al di là del sentire, vedo cose, sono lì e riporto quello che incontro, un testimone invisibile e partecipe. Sognerei di vedere una mia storia in un film. Vedere fondersi le mie più grandi passioni, il cinema e la letteratura, sarebbe come assistere al compiersi di una meraviglia. Non mi ci faccia pensare, che stanotte non dormo!

C’è stato un libro che ti ha ispirato nella tua vita e che consiglieresti?

Più di uno e di questo sono grata alle tante penne che scrivono buoni libri. Tra gli scrittori italiani che leggo con passione ci sono Donato Carrisi e Teresa Ciabatti. Ma i miei due “risvegliatori”, quelli che mi istillano sempre quella goccia luminosa dopo averli letti, restano Neil Gaiman e, sopra ogni altro, Stephen King. Mi fa sorridere che qualcuno abbia ancora pregiudizi sul suo conto. King non scrive storie di mostri e omicidi, ma romanzi di formazione e le sue protagoniste sono spesso le donne e lui spesso sa scrivere le donne meglio di una donna.

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