Rivolte arabe 2011 e petrolio: il picco c’è ma non si vede (sui media)

Rivolte arabe 2011 – Con la caduta di Gheddafi è da ritenersi compiuta la primavera araba, ma non occorre essere complottisti di professione per vedere il gioco di varie potenze occidentali nelle rivolte arabe. Non occorre nemmeno andare tanto in là con le speculazioni, economiche o politiche che siano, si tratta banalmente di petrolio. Ma cosa c’è dietro questa parola che racchiude interessi vitali per l’economia mondiale? E’ possibile avere un quadro geopolitico più ampio e allo stesso tempo più approfondito su ciò che sta avvenendo in Libia e in Egitto? Per farlo ho ripreso alcuni interessanti articoli pubblicati dall’ottimo blog http://petrolio.blogosfere.it al riguardo.

Crisi arabe

Cominciamo dall’Egitto, che ha raggiunto il picco di produzione petrolifera nell’ormai lontano 1995 e si trova con la produzione in calo e la domanda interna crescente. Solo considerando questa situazione, che possiamo dire generalizzata nei paesi maghrebini capiamo il perché dell’intervento occidentale. Questi paesi hanno necessità di distrarre quote crescenti di produzione dall’esportazione alla domanda interna. Come ha chiarito  Jeff Rubin, economista di fama mondiale, in una conferenza tenuta al Business of Climate Change Conference in Canada chi sta aumentando più vertiginosamente la domanda non è la Cina: sono i Paesi OPEC, Russia e Messico, proprio quei Paesi che dovrebbero invece provvedere a rifornirci abbondantemente di greggio. Il messaggio di Rubin è profetico quando sentenzia: “Smettete di preoccuparvi per quanto petrolio producono, e cominciate a preoccuparvi di quanto ne consumano” (fonte: http://petrolio.blogosfere.it/2010/01/jeff-rubin-una-verita-scomoda.html).

In parole povere, se per primavera araba intendiamo un avvicinamento dei costumi dei paesi nordafricani, con relativo aumento di consumi energetici, agli standard euroamericani, ebbene questa sta già avvenendo da qualche anno e l’intervento occidentale, semmai, è avvenuto per bloccarla. Il mondo, ovvero le compagnie petrolifere mondiali, non può permettersi di perdere una parte della produzione per il mercato interno in crescita di quei paesi, proprio ora che il picco di produzione è stato raggiunto in quasi tutti i giacimenti nordafricani. Rimanendo all’Egitto, già dal  2010, questo paese ha smesso di essere una nazione esportatrice di petrolio ed è diventato una nazione importatrice. Il problema è che sono molti i Paesi che producono petrolio che ne stanno usando sempre di più per la propria domanda interna. Il risultato è che c’è meno petrolio disponibile per l’export (fonte:http://petrolio.blogosfere.it/2011/01/rivolte-in-egitto-petrolio-ed-export-land-model-e-scoccata-lora-x.html).

Picco del petrolio 2011

Questa situazione geopolitica che, giova ricordarlo, dipende dal raggiungimento del picco di produzione del petrolio in questi anni, ha un nome: crisi dell’export land model e riguarda anche altri paesi come, l’Iran, il Venezuela, il Messico e lo Yemen (dove il rovesciamento del regime non è ancora riuscito). Si tratta, appunto, dell’incrinarsi del “modello del paese esportatore” che ha permesso l’approvvigionamento del greggio da parte dei mercati internazionali per oltre 40 anni, nel corso dei quali i paesi occidentali hanno creato regimi ad hoc nei paesi produttori di petrolio al fine di garantirsi esportazioni a buon mercato e del quantitativo necessario all’economia mondiale.

Questo modello è quello tuttora usato per esempio in Sudamerica per lo “scambio” di merci ottenute con coltivazione intensiva di tipo latifondista (tipo quella del cotone o del caffè). È sempre l’export land model. Con la differenza che questi paesi non possono interrompere il gioco poiché con le esportazioni pagano le proprie importazioni di cibo e ripagano gli interessi sui debiti accumulati con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. In una parola, sono in trappola. I paesi arabi invece hanno pur sempre un certo potere contrattuale e forse il fatto di averlo usato più volte, ad esempio decidendo di abbassare la produzione, è stato fatale a quei regimi. Una questione non secondaria, infatti, è legata alla valuta usata per pagare il petrolio, cioè il dollaro, che alcuni paesi vorrebbero sostituire con l’euro o direttamente con l’oro avendo avuto la drammatica sensazione che il mitico biglietto verde americano stia diventando sempre più carta straccia, sebbene l’unico paese in grado di attuare realmente questa minaccia, cioè richiedere il pagamento in euro, sia oggi l’Iran.

Questa lettura valutaria della crisi araba si sposa bene col tentativo attuato negli ultimi mesi dalle agenzie di rating e dagli speculatori internazionali di indebolire l’euro con la artificiosa crisi greca, ma il fattore petrolio resta sicuramente primario e la guerra in Libia lo dimostra. C’è infatti una questione ancora poco considerata dai commentatori mediatici che riguarda la qualità del greggio libico. Anche se la Libia possiede solo il 2% delle riserve mondiali, può vantare ben il 10% delle riserve mondiali del petrolio di migliore qualità, che serve disperatamente alle raffinerie europee a causa del suo basso contenuto di zolfo (fonte: http://petrolio.blogosfere.it/2011/03/sweet-light-libia.html). In Europa, infatti,  le leggi sui carburanti sono molto stringenti e le raffinerie sono ormai obsolete ed è poco conveniente investire per rinnovarle. Si preferisce quindi cercare (leggi depredare) sul mercato il petrolio a basso contenuto di zolfo, senza il quale i profitti di raffinazione scendono a zero.

Ecco il famigerato lupus in fabula: il petrolio, of course! Ma della più eccellente qualità.

Gianluca Palmara

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