Terra dei fuochi, stop alla vendita dei prodotti delle area a rischio

Un decreto interministeriale del Governo ha stabilito l’interruzione della vendita dei prodotti delle area a rischio, 51 siti su cui devono essere effettuati interventi di salvaguardia.

Il decreto sarà “attivo da subito”. Lo ha sottolineato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, messa alle strette dalla miriade di servizi televisivi che hanno dimostrato quanto sia annoso il problema. Quindi sì, attivo da subito ma comunque troppo tardi. Oltre a questo provvedimento, il ministero delle Politiche  ha presentato i risultati di un’indagine dalla quale emerge che “su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni (tra la provincia di Napoli e Caserta, ndr), le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2%, per un totale di 21,5 km quadrati”.

“Fino a 3 mesi fa – ha affermato il ministro Lorenzin durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi -, sulla Terra dei fuochi c’era una specie di sipario chiuso (il perché ce lo possono dire solo loro, ndr), che abbiamo aperto con una serie di provvedimenti importanti, con l’obiettivo di risolvere i problemi. Un lavoro poderoso, importante. Abbiamo già avviato lo screening di massa su questi territori per dare certezza e sicurezza alla popolazione. Sono stati stanziati 50 mln di euro e stiamo quindi affrontando il problema salute di quelle zone a tutto tondo”. Inutile spiegare ancora una volta che queste cose in realtà si sapevano già da tempo. Il termine Terra dei fuochi compare infatti per la prima volta 11 anni fa, in un capitolo del Rapporto Ecomafia 2003 di Legambiente ed è oggi comunemente utilizzato per indicare un’area fortemente contaminata dall’inquinamento causato da rifiuti prodotti da industrie di diverse parti d’Italia e smaltiti illegalmente da almeno 30 anni nelle discariche locali, abusive e non, e nell’ultimo decennio con i roghi all’aria aperta. Terra dei fuochi, appunto.

I 51 siti – Sono quindi 51 i siti che rientrano nelle tre principali classi di rischio (3-4-5): per i prodotti qui coltivati il decreto interministeriale prevede il divieto immediato di immissione in vendita dei prodotti ortofrutticoli coltivati. Il provvedimento interministeriale sui prodotti alimentari provenienti dalle aree a rischio precisa tuttavia che la vendita “è consentita ad almeno una di queste condizioni: che le colture siano state già oggetto di controlli ufficiali con esito favorevole negli ultimi 12 mesi; che siano state effettuate indagini, su richiesta e con spese a carico dell’operatore, dall’Autorità competente, con esito analitico favorevole”.

Le grandi aziende in fuga – Già Findus e Orogel non comprano più frutta e ortaggi nell’area interessata dallo smaltimento criminale di rifiuti. In un documento diramato dalle società e scandagliato dal Fatto Quotidiano, è presente una mappa dei territori sui quali è scattato il divieto di acquisto da parte di queste società. Purtroppo per gli agricoltori e per il made in Italy, il divieto interessa anche aree non soggette allo smaltimento criminale. Ora possiamo solo sperare che l’intervento del Governo risolva questo problema e che altri grandi marchi non ci lascino…

L’accusa di Schiavone – In una intervista al giornale tedesco Der Spiegel, Carmine Schiavone ha dichiarato che fu l’allora ministro dell’Interno del Governo Prodi, Giorgio Napolitano, a secretare le sue deposizioni sui traffici di rifiuti tossici che tra l’altro tiravano in ballo anche Paolo Berlusconi, responsabile di una azienda del Nord chiamata in causa nei traffici.

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