Libia, 61 morti a Tripoli

Si parla di 61 morti oggi a Tripoli. Il focolaio rivoluzionario che incendia la Libia da sette giorni si è spostato nel cuore del paese e invade la capitale. Human Rights Watch conta, ad oggi, almeno 233 vittime. A Tripoli gli uffici vengono dati alle fiamme e le tv di stato saccheggiate. A Bengasi, capitale della rivolta, le truppe mercenarie ingaggiate dal dittatore usano razzi, fucili mitragliatori e cecchini, nel tentativo ormai disperato di sedare le contestazioni popolari. Non regge la tesi del “complotto” ordita da un fantomatico “movimento separatista”, ipotizzata da Saif al Islam, secondogenito del colonnello Gheddafi. Che ammette però il pericolo della guerra civile. Saif al Islam, il più accreditato a succedere il padre alla guida del paese, ha anche aggiunto che Gheddafi non ha lasciato la Libia per il Venezuela, come vorrebbero invece fonti non ufficiali.

Intanto la battaglia si propaga in tutto il paese: a sud di Tripoli la più numerosa tribù libica decide di sostenere la rivolta; forti tensioni all’interno dell’esercito portano intere unità a distaccarsi e solidarizzare con gli oppositori, mentre si ipotizza addirittura un colpo di stato del maggiore aggiunto El Mahdi El Arabi; in cinquecento tra avvocati, magistrati e giudici occupano il tribunale fino alla fine delle violenze; il rappresentante libico alla Lega Araba e gli ambasciatori del paese in India e in Cina si dimettono per protesta contro le rappresaglie del governo. Insomma, siamo alla brutta fine di una brutta avventura, durata più di 40 anni per il popolo libico.

Flavio Digiovanni

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