Gheddafi ucciso da un colpo di pistola

La lunga battaglia in Libia sta giungendo alla fine. O così sperano i combattenti del Cnt, che dopo la morte di Muammar Gheddafi, si sentono sicuri di affermare che adesso la guerra è davvero finita. L’inafferrabile rais, colui che si spostava all’interno della Libia sulla sua auto, nascondendosi e tornando a farsi vedere solo dai suoi fedelissimi che continuavano a combattere perché tornasse al potere, è morto. Ucciso da un colpo di pistola in circostanze ancora del tutto da chiarire, ma che probabilmente, non saranno mai realmente veritiere. Mentre la famiglia del colonnello piange la sua morte e quella dei suoi figli, il popolo libico, almeno la parte di coloro che hanno combattuto per cambiare la situazione libica, festeggia, inneggiando a chi, con astuzia, è riuscito a uccidere la “bestia nera”. Prima di essere ucciso il colonnello avrà anche dichiarato di volersi arrendere, di non voler essere ucciso, ma la gioia di averlo catturato, di avere tra le mani il dittatore, ha acceso la voglia di farsi giustizia da soli. E così, condannato da un tribunale che aveva emesso la sentenza orami da mesi, quando il Cnt aveva chiesto alle forze della Nato di voler decidere la sorte del colonnello senza che questi interferissero e assicurando che sarebbe stato giustiziato, l’uomo più ricercato della Libia, su cui pendeva anche un mandato di arresto della Corte Internazionale, alla fine è stato raggiunto dalla condanna a morte emessa dai suoi avversari.

Eliminare Gheddafi era ormai diventata una priorità dell’esercito ribelle, una questione che non poteva essere rimandata. Riuscire a catturarlo era diventato un affare di stato, condannarlo una priorità, ma farlo prima che le forze Nato abbandonassero la Libia, impedendo ai suoi fedelissimi di continuare un conflitto che stava perdurando ormai da molto, troppo tempo. Così, alla fine, l’ex leader libico, che ha per anni messo in difficoltà gli stati occidentali, è stato giustiziato da un manipolo di soldati libici, forse da un ragazzino che lo ha freddato in un pomeriggio di ottobre, mentre, ancora una volta, tentava la fuga, abbandonando Sirte, la sua città natale, che dopo Beni Walid, era pronta a cadere sotto l’accerchiamento delle forze libiche e internazionali. Un sussulto, una frase prima di cadere, ormai ferito, sotto i colpi dei suoi nemici.

Questa è stata la fine di un dittatore che ha saputo tenere sotto il suo controllo un paese ricco come la Libia, ma tenuto sotto stretto controllo per anni, tra terrore e privazioni, tra politiche estere minacciose e indifferenti e tra aperture a doppio taglio. Osannato dai fedelissimi a cui elargiva i suoi favori e osteggiato da chi aveva compreso da tempo il suo governo e non era disposto a sottostare ad una dittatura.

Teresa Corrado

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.