Ciclismo italiano, l’ombra del doping non ci abbandona


L’Italia del ciclismo sta vivendo da qualche tempo un momento buio. Nella speranza che tutto possa essere come prima questo è il nostro contributo.

“Se sta bene, scatta. Ecco infatti, parte, parte Pantani”. In un pomeriggio di fine luglio di circa 13 anni fa, Davide Cassani commentatore per le reti Rai proliferava queste semplici, ma significative parole, per descrivere l’allungo di Marco Pantani, a 50 km dal traguardo che lo consacrò in cima al Galibier. Il pirata di Cesenatico in quel 1998 conquistò la favolosa accoppiata Giro-Tour piombando nelle case e nei cuori di milioni di italiani, che vissero quei momenti di esaltazione sportiva incollati davanti alle proprie televisioni, nei bar o maxischermi, facendo schizzare gli indici di ascolto alle stelle. Marco Pantani però venne fermato l’anno successivo, il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, il tasso di ematocrito al di sopra della soglia.

In quel periodo venivano espletati i cosiddetti controlli sulla salute dei corridori, per verificarne la densità. Se il ciclista superava lo sbarramento veniva fermato per precauzione. L’uragano mediatico si schiantò sul pirata, che non riuscì a rintuzzare l’urto. Nonostante non vennero riscontate irregolarità o presunte assunzioni di sostanze dopanti, Pantani non riuscì a superare il trauma psicologico. Eppure l’elefantino romagnolo tornò al Tour battendo per distacco il sovrano Amstrong prima di staccarsi definitivamente dalla realtà. Oggi a distanza di sette anni, che ricorrevano proprio nel giorno di San Valentino, gli innamorati di questo sport per l’ennesima volta subiscono ancora schiaffi simbolici dai loro beniamini. Il corridore è sempre di più visto con gli occhi del sospetto, gli ultimi casi hanno lacerato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il rapporto tra il protagonista attivo e passivo dello sport re della fatica. Clamorosi gli scandali spagnoli che hanno coinvolto Valverde fino ad Alberto Contador recentemente assolto. Dalle nostri parti qualcuno ci ha quasi lasciato le penne per cercare un po’ di immeritata gloria. Il caso di Riccardo Riccò, recidivo nell’arte del barare è solo l’ultimo dei tanti bocconi amari di coloro che invece di dare l’esempio, ne danno uno ma di quanto più sbagliato non ci possa essere. C’è da chiedersi come gli under 15 che si avvicinano al mondo delle ruote possano assimilare questa cultura, che secondo il bombardamento dei mezzi di comunicazione sembra appartenere quasi esclusivamente al ciclismo. Occorre infine fare una riflessione. In questi ultimi anni si è concretizzata una sorta di serie A delle corse, il circuito Pro Tour voluto fortemente dall’Uci. Il primo passo fatto non sembra poi così disdicevole, ora però si comincino a ridurre i chilometraggi delle corse, per tutelare soprattutto il ciclista nel riassorbimento delle energie profuse durante la manifestazione.

Tommaso Maria Ferrante


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