Trapianto con tecnica del gene suicida all’ospedale Bambino Gesù

All’ospedale romano Bambino Gesù hanno usato per la prima volta la tecnica del “gene suicida” sui bambini con gravi malattie immunogeniche.  La tecnica del “gene suicida” consiste nell’inserire nei linfociti di un soggetto donatore, un gene suicida che, in caso di reazione immunitaria post trapianto, possa in qualche modo “detonare” gli stessi linfociti. In questo modo il trapianto può essere eseguito anche quando il donatore non è perfettamente compatibile, a patto che il midollo venga prelevato da mamma o papà. Ma andiamo per gradi. Venti bambini che soffrivano di deficit del sistema immunitario sono stati curati con la tecnica del gene suicida. Il Direttore del Dipartimento di Oncoematologia Pediatrica, Franco Locatelli ha spiegato che tutti questi bambini, grazie alla nuova tecnica, sono guariti. Fino ad oggi il trapianto di midollo era molto rischioso. Circa un terzo dei pazienti non sopravviveva e, secondo Locatelli “perfino i fratelli di un bambino malato hanno solo il 25% di possibilità di essere perfettamente compatibili e quindi di poter donare le loro cellule staminali”. Ovviamente c’è sempre il registro internazionale dei donatori ma i tempi per il trapianto sono davvero lunghi. Il trapianto con i genitori è molto rischioso a causa del fatto che il loro patrimonio immunogenetico è uguale a quello del figlio solo a metà. Infatti in questo caso i linfociti T del genitore potrebbero aggredire l’organismo del bambino. Il metodo del gene suicida è stato utilizzato anche per trattare un’ottantina di bambini affetti da leucemie e talassemie. Locatelli ha rivelato che il trapianto è andato bene ma prima di dichiarare guarito un bambino con leucemia occorre aspettare un anno e mezzo. La tecnica del gene suicida avviene in più fasi. Prima si trapianta il midollo del genitore, privato dei linfociti T: questo significa che se le staminali attecchiscono nel piccolo paziente, il bambino, a causa della mancanza dei linfociti T, è esposto a infezioni. Dopo 2 o 3 settimane dal trapianto, i linfociti T del donatore vengono immessi nel bambino, in un numero controllato, inserendo al loro interno il gene suicida. Se si dovesse manifestare la malattia del trapianto contro l’ospite, i medici attiveranno il gene che porterà alla morte di linfociti aggressivi dei genitori. Qualora invece non dovesse accadere nulla, il gene rimarrà latente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.