Autofiorenti o femminizzati? Guida ai semi di cannabis

Coltivare la cannabis in ambito industriale, fito-terapico e farmaceutico non è un compito arduo: la pianta non richiede condizioni troppo specifiche e non necessita di cure continue. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale, con alcune specie molto diffuse in natura tanto in Europa quanto nell’Asia Centrale e in America.

I suoi utilizzi coinvolgono molteplici settori, da quello tessile a quello edile, farmaceutico e dei bio-combustibili, motivo per cui la sua coltura sta vedendo una sempre maggior diffusione.

La varietà di semi presenti sul mercato, tuttavia, può generare confusione: meglio comprarne di femminizzati? Oppure far riferimento ai semi di cannabis autofiorenti online?

La scelta ricade esclusivamente sul tipo di coltivazione che si intende portare avanti e su quale prodotto della cannabis si vuole puntare.

Coltivare la cannabis: i settori in cui è legale

La cannabis appartiene a quel genere di piante delle quali si può impiegare ogni cosa: dalle fibre ai semi, passando per la resina.

Per far chiarezza, tuttavia, solitamente i settori di impiego vengono raggruppati in:

  • Settore industriale, che fa prevalentemente uso delle fibre e dell’olio ricavato dai semi. Le prime possono essere impiegate nell’industria tessile ed edile, mentre il secondo risulta essere sia un utilissimo prodotto alimentare sia un efficace bio-combustibile;
  • Settore farmaceutico, che si affida prevalentemente alle proprietà dei cannabinoidi (in primis, le proprietà analgesiche del THC impiegate per i malati in condizioni gravi);
  • Fito-terapia e erboristeria che, invece, si affidano alle caratteristiche di un altro cannabinoide, il CBD, una molecola dalle molteplici proprietà benefiche sull’organismo;

I cannabinoidi, presenti in gran quantità sulle resine e nei semi, vengono estratti per ottenere concentrati, olii, pillole edibili o lozioni.

Coltivare la cannabis legale: una questione di genere

La coltivazione della cannabis, tuttavia, presenta una particolare problematica: la pianta, infatti, è in natura dioica (i casi di ermafroditismo sono rari). Ovvero gli esemplari presentano solo uno dei due organi di riproduzione, da cui l’identificazione di piante “femmine” e di piante “maschi”.

La pratica tradizionale di coltivazione della cannabis prevedeva la sessatura delle piante, ovvero l’individuazione degli individui maschili e il loro isolamento dal campo. Questo produceva, nelle piante femmine, il fenomeno delle sinsemilla: le piante femmine tendevano a produrre più inflorescenze per fronteggiare la penuria (o l’assenza) di gameti maschili.

Questo porta la pianta ad una maggiore crescita e ad una maggiore produzione.

In altri casi, invece, prevalentemente per quanto riguarda la produzione di semi per scopo alimentare, la fecondazione si rendeva necessaria.

Ma oggi, come coltivare cannabis?

Coltivazione nei campi: fibre e semi

La coltivazione nei campi della cannabis è la soluzione predefinita da tutti gli agricoltori che hanno a propria disposizione spazi sufficientemente alti da poter dedicare a questa coltura.

In questo caso si opta prevalentemente per tipologie ibride di sativa, capaci di raggiungere altezze considerevoli (anche 5 metri) e che permettono di ottenere il miglior rapporto tra fibre e spazio impiegato. Le fibre, infatti, vengono ricavate dai fusti.

In questo caso il ciclo produttivo si stende su un periodo che va da aprile ad agosto: oltre alle fibre possono essere ricavati anche i semi.

Coltivazione in serra: i semi autofiorenti

Nel caso di una coltivazione in serra, invece, la prospettiva cambia completamente. Non ci si può permettere, infatti, che la pianta raggiunga una dimensione elevata ma, allo stesso tempo, si rende necessario rendere più efficiente la produzione.

Un ciclo annuale, infatti, rende poco conveniente una produzione in serra.

Ecco perché chi opta per una soluzione del genere solitamente acquista semi autofiorenti.

Questa tipologia di semi, infatti, è appositamente selezionata in laboratorio per dar vita a piante di cannabis che non superano mai una certa altezza (solitamente 1,80 metri) e che non richiedono spazi ampi per crescere.

In particolar modo i semi autofiorenti, inoltre, permettono di velocizzare le tempistiche di un ciclo produttivo: da 5 mesi a 8/10 settimane, permettendo anche 3 raccolti in un anno.

Questo è possibile in quanto le piante di cannabis autofiorenti effettuano autonomamente il passaggio tra fase vegetativa e quella di fioritura. In natura questo passaggio avviene sulla base della variazione delle condizioni climatiche mentre una coltivazione in serra o comunque al chiuso, avrebbe richiesto l’intervento manuale dell’agricoltore.

In questo modo, dunque, è possibile massimizzare lo spazio a propria disposizione e rendere l’intera produzione più efficiente.

Trattandosi, inoltre, di piante da basso fusto, queste tendono ad assumere un aspetto più cespuglioso, concentrando le ramificazioni e le inflorescenze in poco spazio.

Così facendo si ottiene un miglior rapporto tra spazio utilizzato e raccolto. Ma chi punta a crescere la cannabis in serra cosa vuole ottenere?

Prevalentemente la coltivazione in serra punta alla produzione di grosse quantità di semi e inflorescenze. I fusti non vengono gettati, ma non costituiscono il principale obiettivo di questa tecnica di produzione.

I semi autofiorenti che vengono venduti dai numerosi store online, come SensorySeeds, inoltre, sono appositamente selezionati per favorire componenti genetiche della varietà indica e ruderalis che porta la cannabis a produrre grosse quantità di sostanza resinosa.

In questo modo si possono ottenere maggiori cannabinoidi da destinare all’uso farmaceutico o erboristico (in base alla tipologia di cannabis considerata). Questa particolare soluzione ha permesso la diffusione della coltura della cannabis anche in zone in cui essa non è presente naturalmente.

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